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Condividendo appieno le argomentazioni dell’amico Paolo Savona nel suo articolo, “Riforme da fare (e non solo in Italia)”, apparso sul Corriere della Sera di lunedì 26 agosto, in cui riafferma i possibili percorsi per uscire dalla crisi finanziaria – espressi dall’ex direttore del “Mulino”, Michele Salvati, nonchè ex deputato del Pds-Ulivo nell’intervento “L’Europa lotta su due fronti” lo scorso 23 agosto sempre sul quotidiano di via Solferino – desidero aggiungere una riflessione.

Numerose persone in Europa si sono inaspettatamente accorte di non sapere praticamente nulla dei cosiddetti parametri del “Trattato di Maastricht” proprio nel momento in cui sono divenute consapevoli del fatto che esso sta causando, in negativo, enormi cambiamenti nelle loro vite. Molte altre, invece, non sanno che l’Unione europea non comporta l’adozione di una moneta comune (l’euro). Oggi adottata da17 Paesi, mentre quelli senza l’euro sono 11. A parte l’Inghilterra che mantiene la sterlina e che è il caso più importante, sono fuori dall’euro: Danimarca, Svezia, Polonia, Ungheria, Romania e tanti altri Stati.

Questa legittima ansietà ha comunque spinto politici ed economisti ad affermare che il punto di vista delle persone comuni dovrà, in futuro, essere considerato con più attenzione, perché le proposte di Maastricht, per come sono state formulate, risultano seriamente difettose, mentre il dibattito su di esse è stato curiosamente reso povero. In sintesi, l’incredibile lacuna nel programma di Maastricht è che mentre prevede nel dettaglio l’istituzione e le modalità operative di una banca centrale indipendente invece non prevede nulla di analogo, nei termini della Comunità Europea, a proposito di un governo centrale.

Eppure semplicemente dovrebbe esserci un sistema di istituzioni a livello comunitario che assuma tutte queste funzioni che oggi sono esercitate dai governi centrali dei singoli Paesi membri.
Per cui, l’Unione europea oggi registra un pesante fallimento economico. L’euro, che avrebbe dovuto portare stabilità e coesione economica ai Paesi europei, è in profonda crisi. Le differenze tra le strutture produttive si sono divaricate con un trasferimento di ricchezza dal sud al nord dell’Eurozona. Mentre la Germania ha assunto la guida della locomotiva europea, i vagoni della Grecia, della Spagna e dell’Italia hanno iniziato a deragliare dai binari. Intanto la Banca Centrale Europea, che non è solo un organismo monetario, ma la vera cabina di regia politica aveva innalzato a Francoforte il suo tempio: un colossale grattacielo sorto nell’area dei vecchi mercati generali, che è costato la bellezza di 1,2 miliardi di euro, caricati sul debito dei Paesi dell’Unione.
E ciò proprio mentre il presidente della Bce e i suoi collaboratori fustigavano gli Stati membri, invocando austerità e sacrifici per tutti.

L’entrata dell’Italia nello Sme
Fatta questa premessa, rammento che l’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo (Sme) rappresentò, al contempo, l’epilogo di un decennio travagliato, conflittuale e l’inizio di un percorso proficuo ma altrettanto ricco di difficoltà e di incertezze. Inoltre, non può essere trascurato il fatto che personalità autorevoli espressero la loro contrarietà per ragioni “tecniche” e non “politiche” all’entrata dell’Italia nello Sme. Mi riferisco a diversi autorevoli economisti che sedevano negli alti scranni parlamentari, come Luigi Spaventa, altri che erano alla guida della Banca d’Italia come Guido Carli prima e Paolo Baffi poi, o che ricoprivano incarichi di governo come Rinaldo Ossola, i quali dichiararono la loro contrarietà all’ingresso nello Sme, adducendo, tra loro, ragioni differenti. Questi eminenti economisti giudicarono lo Sme prematuro, perché ritenevano che avrebbe imposto troppi sacrifici a un Paese, come il nostro, con molte disparità territoriali e in ritardo di sviluppo, e inoltre valutarono che, il Servizio monetario europeo, impedendo il piano controllo della politica monetaria, avrebbe privato l’Italia di uno strumento fondamentale per la gestione della crisi economica. Tuttavia, a giudicare dal risultato, di queste opinioni si tenne conto solo in parte. Ciò, non per una volontà specifica di ignorare i pareri dei “tecnici”, ma per la considerazione secondo cui il processo di integrazione europea, per l’importanza che rivestiva, avrebbe dovuto essere perseguito a prescindere dai sacrifici del nostro Paese. Sembra dunque che le considerazioni di carattere politico abbiano avuto la meglio su quelle di carattere più strettamente economico.
Alla luce di queste sommarie rievocazioni, per meglio tratteggiare il percorso storico compiuto dalla moneta europea dalle origini ad oggi, aggiungo che i sei Stati europei fondatori del Trattato di Roma (tra cui anche l’Italia) non avevano come ambizione una moneta unica per la presenza del forte sistema di Bretton Woods ma si basavano solo sul coordinamento delle politiche economiche conseguendo un determinato “welfare” per il popolo. Solo dopo la dipartita del sistema americano si vide creare un Sistema monetario europeo che gettò le basi per una stabilità monetaria prevedendo oltre che una valuta di riferimento (ecu), un meccanismo di cambio e una solidità finanziaria garantita da un dispositivo di credito. Imminente fu però la creazione di un’Unione economica monetaria che grazie alle tre tappe poteva raggiungere il traguardo di una moneta comune europea.
La meta da agguantare (l’euro) non fu di facile presa: tali tappe prevedevano adeguamenti su vari fronti; la prima tappa consisteva in una convergenza delle politiche economiche e monetarie degli Stati membri, la seconda, oltre ad un rafforzamento dei risultati raggiunti nella prima fase di convergenza, istituiva l’Ime (Istituto monetario europeo), che andava a sostenere la cooperazione fra le varie banche centrali nazionali, coordinando le politiche economiche e sorreggendo la stabilità monetaria per poi vigilare sullo Sme e sullo sviluppo dell’ecu.
L’Ime, che aveva gettato le basi per il Sistema europeo di banche centrali (Sebc), poteva assistere alla nascita della Banca centrale europea (Bce), autonoma nelle decisioni, che principalmente aveva ed ha la funzione di autorizzare l’emissione di banconote della valuta euro.
La fatica più evidente era ed è l’ingresso nella terza fase, che è ancora in atto in quanto non tutti gli Stati membri sono riusciti a soddisfare i famigerati parametri di Maastricht, disciplinati dal protocollo n°13 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Solo 11 dei 15 Paesi membri dell’Ue, infatti, presero parte il1°gennaio 1999 a questa fase. Negli anni successivi si sono visti inglobare nella terza fase, Grecia, Slovenia, Cipro e Malta, Slovacchia, Estonia e l’ultima arrivata Croazia. La terza tappa non è stata ancora conquistata pienamente, solo 17 dei 28 Paesi dell’Ue hanno l’euro.
Viene quindi lecito pensare che forse il non raggiungimento di questa fase è dovuto essenzialmente alla rigidità dei criteri previsti. Un Paese che vuole l’euro e si vuole inserire in questa “grande famiglia” infatti, deve rispettare il parametro dell’inflazione, mantenendo un alto grado di stabilità dei prezzi, la stabilità dei tassi di interesse a lungo termine, le valute devono rientrare nella fluttuazione prevista dal meccanismo di cambio e infine i parametri del disavanzo e del debito pubblico sono confrontati tutti e due con il PIL. (inferiori al 3% e al 60%). Gli ultimi due criteri sono sicuramente quelli più ostici per ogni Paese. Le molteplici crisi causate dall’elevato debito pubblico di certe nazioni, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e la stessa Italia, hanno scosso quello che è il quieto vivere di una Comunità, perché si è fatta strada una possibile uscita della Grecia dalla Unione monetaria europea e forse anche la stabilità tra gli stessi Paesi. E quella globalizzazione che li tiene uniti o la stessa moneta euro che giustifica il tutto, potrebbe incrinarsi da un momento all’altro a causa di una crisi economica, finanziaria e monetaria che, dal qualche anno, sta affliggendo l’intero sistema europeo e mondiale. Quella europea è una decadenza accentuata dalle cosiddette “politiche dei sacrifici”, che stanno determinando una maggiore velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese.
Sono questi, in sostanza, i motivi che generano tanta preoccupazione tra la gente che la capacità di unificazione dell’Europa divenga solo un sogno destinato ad affievolirsi, ma che ciò accada proprio nel momento in cui sarebbe necessaria una forte spinta verso una più completa integrazione.

Iniziative e riforme da fare
Il grave stato di crisi economica non si risolve attraverso i tagli agli stipendi, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né con un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro o sulle fasce sociali più deboli.
Piuttosto, i politici degli Stati membri dovrebbero sviluppare in questa direzione nuove e lungimiranti iniziative, invece che alimentare, come purtroppo succede, la risurrezione di antiche rivalità che annienterebbero la capacità dei Paesi europei, nel loro insieme e non singolarmente, di avere un ruolo nella vita socioeconomica globale. Occorre che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, il più ampiamente partecipato, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, nonché di equità sociale. Tenuto conto che il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria rappresenta l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica mondiale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di una politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero. Per cui è necessario istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale, che ha concorso a scatenare questo stato di crisi. Serve poi uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte degli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione, nonché un ampliamento significativo del bilancio federale dell’Unione e rendere possibile l’emissione di titoli pubblici europei. Senza trascurare l’attuazione di un adeguato coordinamento della politica fiscale e della politica monetaria europea che consenta di agevolare il processo di aggiustamento e di crescita sostenibile, attraverso la creazione di posti di lavoro e la garanzia di un tenore di vita dignitoso per tutti i cittadini, nonché il riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive.
Sono queste alcune delle tante iniziative che, con una classe politica creativa e produttiva, i cittadini europei potranno ricostruire la speranza in futuro di progresso e di benessere, il più ampiamente partecipato.

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