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Se non è una svolta, è certamente la ripresa di un cammino interrotto. L’elezione di Hassan Rohani, moderato-riformista, alla presidenza della Repubblica islamica iraniana, per di più al primo turno, c’impone di guardare al Paese degli ayatollah con altri occhi, dopo gli otto anni dominati dal terrorismo politico di Mahmud Ahmadinejad. È lui, lo sconfitto, anche se non direttamente concorrente, il sanguinario che quattro anni fa mise a ferro e fuoco Teheran per sbaragliare gli avversari che contestavano la sua torbida vittoria, non esitando far sparare sulla folla colpendo tra l’altro la giovanissima Neda Agha Soltan che divenne il simbolo della rivolta capeggiata dal suo antagonista Mir Hossein Musavi, ancora agli arresti domiciliari. E con lui è stato battuto, soprattutto, il grande burattinaio, la Guida Suprema Alì Khamenei che apertamente si è schierato con i candidati più “ortodossi”, dei quali, guarda caso, nessuno appartenente al clero sciita.

La gente ha voluto dare un tangibile segno di cambiamento ed ha scelto Rohani, così come nel 1997, per tentare di fare breccia nel rigido sistema di potere khomeinista, rivolse speranze rivelatesi poi illusorie a Mohammed Khatami che nei due mandati prima accese fuochi di entusiasmo e poi si piegò alle gerarchie, spianando così la strada ad una “invenzione” di Khamenei, l’allucinato e fanatico sindaco della Capitale, Ahmadinejad.

Non fu un buon investimento per gli ayatollah, come i fatti si sono incaricati di dimostrare. Tuttavia sembrava che la partita dovesse ancora vincerla il vecchio successore di Khomeini, con uno dei suoi uomini a cominciare dal mite Velayati, a lungo ministro degli Esteri, ma da anni ai margini della politica, avendo eliminato dalla scena colui che alla momento della ufficializzazione delle candidature da parte del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, veniva considerato il “presidenziabile” con maggiori chances di vittoria, lo stagionato Akbar Hashemi Rafsanjani, già al vertice dello Stato, considerato “affidabile” da quanti premevano per un cambiamento effettivo.
Rohani, non era tra i più accreditati alla vittoria finale. Stimato negoziatore per la questione nucleare, ha conquistato la fiducia dell’elettorato impegnandosi per un governo “non di compromesso o di resa, ma neanche avventuriero”, facendo esplicito riferimento alle politiche riformiste di Rafsanjani e di Khatami che sono stati i suoi veri sostenitori, unitamente a quella parte del clero che vede avvicinarsi l’ora del congedo da parte di Khamenei e vorrebbe riposizionarsi di fronte ai “falchi” del regime che tengono in pugno il Paese con l’apporto dei pasdaran e dei basiji, la potente polizia religiosa che irrompe come e quando vuole nella quotidianità degli iraniani spalancandogli spesso lo spettro dell’internamento nel tetro penitenziario di Evin dove finiscono gli oppositori o presunti tali.

Rohani ha colpito anche per la sua ansia di aprire finalmente un dialogo con l’Occidente attraverso il miglioramento delle relazioni internazionali e, come lui stesso ha detto, “una costruttiva interazione col mondo”, al fine di ottenere un allentamento delle sanzioni internazionali anti-nucleari che stanno mettendo in ginocchio l’economia iraniana. Oltretutto è molto apprezzato dai giovani, che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione, i quali ritengono di avere diritto a maggiori libertà sociali, così come le donne, apparse sulla scena politica iraniana grazie a Khatami che molto si adoperò per sottrarle ad una sudditanza islamica poco confacente alla cultura iraniana. Rohani ha promesso che uno dei primi atti del suo mandato sarà l’emanazione di una “carta dei diritti civili” che viene vista come il fumo negli occhi all’ala oltranzista del regime.
Nasce il nuovo Iran, dunque? E’ presto per dirlo. Il presidente è pur sempre un ayatollah ed il suo destino s’intreccia con quello del sistema khomeinista che può allentare la presa certamente, ma non collassare. Torna, dunque, d’attualità il vecchio gradualismo di Khatami come ispirazione di una politica realista i cui primi passi l’Occidente dovrà giudicare dagli atteggiamenti che Rohani assumerà nei confronti della questione siriana, dall’atteggiamento verso Israele, sul nucleare e sul rapporto “cruciale” con l’Afghanistan.

Confrontarsi con l’Iran, potenza regionale ricca di petrolio, oltre che riconosciuto capofila del mondo sciita, più che doveroso è indispensabile. Con Rohani sarà più facile, sempre che riesca a tenere testa ai rivoluzionari ammaccati, ma non abbattuti.

Articolo pubblicato oggi sul Tempo

Iran, Rohani parte dal dialogo

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