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Il numero degli scritti al Partito comunista cinese supera l’intera popolazione italiana. Fondato nel 1921 conta oggi 82 milioni di iscritti. Troppi secondo alcuni intellettuali vicini al governo.

Ad aprire il dibattito è stato una settimana fa un articolo del professor Zhang Xien pubblicato sul People’s Forum Biweekly Political Commentary, uno dei rivoli del Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Pcc.

La tesi dello studioso parte dall’analisi di quanto accadde all’Unione sovietica, la “tragica lezione” di un partito cresciuto eccessivamente nel quale mancavano adeguati meccanismi di uscita.

Celebrati due anni fa i novant’anni dalla fondazione e celebrato con articoli il superamento di quota 80 milioni di iscritti, la forza politica senza la quale la Cina moderna non esisterebbe – è lo slogan ricorrente della propaganda – si è convertita al detto “il troppo stroppia”.

Sull’argomento è tornato ieri il Global Times, un’altra delle voci ufficiali del governo segno che l’argomento non è stato messo in disparte. Il tabloid in lingua inglese cita un intervento di Wang Jinzhu, della scuola centrale del Partito, che ricorda come durante l’epopea rivoluzionaria il Pcc ebbe bisogno di aumentare i propri ranghi. Allo stesso tempo chi decise di entrarci lo faceva anche a costo della propria vita e quindi spinto da motivazioni etiche.

Con il passaggio a forza di governo non è più certo quanti tra i milioni di iscritti siano ancora indispensabili o quanti abbiano deciso di prendere la tessera per puro calcolo personale.

Prima movimento di contadini, operai e soldati il Pcc ha cercato di cooptare a sé quelle che la dirigenza ritiene i settori trainanti della società. È la teoria delle tre rappresentatività di Jiang Zemin che aprì per esempio al mondo dell’imprenditoria.

Dal 2010, scrive il Global Times, la crescita del Pcc è stata forte, soprattutto tra gli universitari: il 40 per cento dei nuovi membri. Ma tra gli analisti c’è chi ricorda che essere iscritto al Pcc è un vantaggio nella ricerca di un lavoro.

Il dibattito rientra a pieno nella campagna contro la corruzione lanciata dalla dirigenza uscita dal congresso di novembre che guiderà il Partito e il Paese per i prossimi dieci anni.

“Solo se il Pcc migliorerà la qualità e le abilità dei suoi iscritti potrà garantire il proprio comando”, ha spiegato il professor Zhang, la cui proposta prevede una sfoltita tra le file del partito di circa 30mila iscritti, in particolare tra quelli che identifica come “onorari” ossia i membri troppo anziani o incapaci di seguire la linea.

Un Partito con meno iscritti è anche un Partito più facile da controllare. Le procedure sulla formulazione delle regole interne sono state pubblicate lunedì e da molti analisti sono viste come un tentativo del segretario generale e capo di Stato, Xi Jinping, di dimostrare che non esistono due diversi standard legali, uno per il Partito e uno per il Paese. Pongono inoltre un freno a dipartimenti, organismi di base e regionali.

I documenti, i primi di questo genere dalla fondazione, spiegano le procedure con cui sono decisi i regolamenti e quali organismi del partito possono stendere le bozze, approvarle, emendarle o abrogarle.

Le procedure specificano che le regole interne al Pcc non devono essere in conflitto con leggi nazionali e la Costituzione. Secondo gli analisti potrebbero essere un tentativo di disinnescare le critiche di attivisti per i diritti civili e avvocati che si affidano alla legge per difendersi dal Partito che a sua volta cerca di limitare gli abusi di potere di quadri e funzionari.

Se 80 milioni di iscritti al Pcc sono troppi

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