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Le politiche del lavoro le fa Saccomanni. E al Ministero dell’Economia che dobbiamo guardare per capire il nostro futuro occupazionale. Da alcune recenti dichiarazioni del capo del dicastero economico del Governo Letta è possibile cogliere le linee guida che ispireranno tali politiche per quest’anno e per il 2014.

Cominciamo con non illuderci. Le risorse per il lavoro per il 2013 non ci sono, nonostante i maggiori margini di manovra a seguito dell’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo appena concessa da Bruxelles. Se una delle priorità è la riduzione del cuneo fiscale e contributivo, che richiede una disponibilità di risorse di svariati miliardi in modo da rendere realmente efficace la misura, allora possiamo mettere subito da parte questa ipotesi. Anche per il 2013 il tema del cuneo fiscale per sostenere i redditi dei lavoratori dipendenti e la competitività delle imprese sul costo del lavoro, non è all’ordine del giorno.

Le risorse, infatti, che verranno liberate dall’uscita dalla procedura di infrazione, saranno assorbite soprattutto per il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese che, come ricorda il Ministro Saccomanni, impegnano lo 0,5% del Pil e spinge il deficit al 2,9%, fino al limite del tetto del 3% nel rapporto con il Pil.  Vedremo i margini, invece, che avremo per il 2014 che dipenderanno soprattutto dai livelli di crescita (decrescita) che avremo. Le prospettive non sono buone.

I continui appelli, quindi, alla riduzione del cuneo fiscale provenienti da più parti, compreso il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, e contenuti nelle sue recenti Considerazioni finali, resteranno inascoltati.

Le risorse, a questo punto, dovrebbero venire da altri due ambiti, sempre secondo il Ministro Saccomanni. Uno, riguarda la possibilità di contrattare con l’Europa la deduzione della quota nazionale di cofinanziamento dei fondi strutturali europei dal computo del deficit, vincolandoli a precise riforme strutturali, in modo da aprire, così, le porte a un tesoretto di oltre 30 miliardi. Il punto, però, è capire, se il tentativo di negoziato produrrà risultati. Ad oggi, questa certezza non c’è.

L’altro, riguarda la possibilità di facilitare linee di credito verso le PMI, puntando ad un maggior utilizzo dei fondi della BEI, reduce da un aumento di capitale di 10 miliardi  grazie anche al contributo italiano di 1,6 miliardi. Questi fondi, ci ricorda Saccomanni, potranno essere attivati tramite finanziamenti diretti alle banche perché si traducano in altrettanti prestiti alle piccole e medie imprese”.  Siamo sicuri che questo  automatismo scatterà? L’Ocse, nel suo Economic Outlook di primavera in cui ha fatto le pulci all’economia italiana e alle sue prospettive, ha contestualmente accusato il sistema bancario “nostrano” di non aver agevolato la trasmissione piena delle politiche espansive della Banca Centrale Europea all’economia reale.

Questa misura, tuttavia, unita al potenziamento del Fondo centrale di garanzia per i prestiti alle imprese e al pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione, dovrebbe garantire una significativa liquidità alle imprese. Staremo a vedere.

Se questo è il quadro, rassegniamoci a misure minori per il lavoro, seppur significative, come quella appena annunciata dal Premier Letta, di richiedere al Consiglio europeo di giungo, un anticipo dello Youth Guarantee, il programma europeo di agevolazione dell’occupazione giovanile che prevede un miglior utilizzo dei centri per l’impiego, con una dote attuale di 400/500 milioni di euro.

Non voglio sminuire assolutamente un intervento come quello del programma europeo appena citato. Anzi, è una delle giuste direzioni che il miglioramento delle politiche del lavoro in Italia devono intraprendere, e che riguardano il miglioramento dell’efficacia dei Centri per l’impiego e delle politiche attive del lavoro. Ma di fronte l’entità della crisi produttiva e occupazionale che stiamo vivendo, frutto di 5 anni di crisi e di storici ritardi strutturali italiani, 400/500 milioni di euro per agevolare una fetta circoscritta di giovani sotto i 24 anni nella ricerca di occupazione, sono davvero come una goccia nell’oceano.

Rassegniamoci a politiche minimaliste sul lavoro

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