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La diplomazia è faticosa. E difficile. I due economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff si erano già difesi dagli attacchi che li hanno visti protagonisti dopo che gli studiosi Herndon, Ash e Pollin hanno dimostrato degli errori di calcolo nell’opera del 2010 “Growth in a Time of Debt”, considerata il fondamento delle politiche d’austerity. Ma stavolta la penna è avvelenata contro il premio Nobel all’Economia, Paul Krugman, che è stato alla testa del battaglione contro l’austerità e contro i due economisti.

Comportamento incivile

“Ammiriamo i tuoi lavori accademici, che ci influenzano oggi. Per questo siamo stati molto delusi dal tuo comportamento particolarmente incivile delle ultime settimane – scrivono in una lettera indirizzata a Paul Krugman -. Ci hai attaccati personalmente, e virtualmente non stop dalle colonne e dal tuo blog del New York Times. Ora ti sei riproposto sul New York Review of Books, accusandoci di nuovo di non aver condiviso i nostri dati. La descrizione che tu hai fatto del nostro lavoro e della nostra influenza è selettiva e di poco spessore. E’, inoltre, molto fuorviante. Secondo noi la tua logica non è convincente come credi”.

Krugman parla senza sapere

“Ti sei scagliato in particolar modo contro il nostro studio del 2010 sull’associazione tra alto debito e bassi tassi di crescita. Che tu non sia d’accordo con la nostra interpretazione è scontato. Ma è sconvolgente il fatto che tu abbia ignorato la letteratura, compresi i lavori del Fondo Monetario Internazionale e il nostro del 2012. Forse, se tu avessi conosciuto gli ultimi aggiornamenti, per non parlare di decenni di contributi teorici, empirici e storici sulle conseguenze di un alto debito, il tuo tentativo di trasformarci in un capro espiatorio dell’austerità sarebbe stato minato”.

Le tesi avvalorate dall’Excelgate

“Il tuo desiderio di incolpare il nostro lavoro del 2010, in linea con alcuni politici, non ha riconosciuto una realtà fondamentale: noi stavamo appoggiando politiche del tutto diverse. Chiunque abbia esperienza in queste materie – proseguono – sa che i politici possono aggrapparsi a studi accademici se ci sono appigli per porli alla base dei loro obiettivi. Ma non ci sono limiti a quanta aderenza possano suscitare quando gli autori del paper offrono conclusioni diverse. Durante la crisi finanziaria le nostre opinioni sono state rese pubbliche. Non siamo stati in silenzio.
In primo luogo, le economie avanzate hanno ora livelli di debito mai visti prima. Secondo, il paper di Herndon, Ash e Pollin, con metodologie diverse non hanno fatto altro che avvalorare i nostri risultati sugli alti livelli di debito associati a bassa crescita. E terzo, il dibattito delle scorse settimane non cambia il fatto che un debito superiore al 90% del Pil è molto raro, specialmente in tempo di pace”.

Miracolo italiano…in recessione

“Il 29 aprile nel post Il miracolo italiano hai sottolineato come con un alto debito, gli interessi sono calati da quando la Bce ha rafforzato le sue azioni in sostegno dei Paesi periferici. D’accordo. Ma lo sviluppo positivo ti è servito per ribadire che un alto debito pubblico non è un problema e che non c’è un nesso causale tra debito e crescita. Peccato che tu lo abbia fatto senza dire che il Pil è crollato di oltre 2 punti nel 2012 e che ci si aspetta un dato simile nel 2013”, sottolineano.

Lo studio di Keynes

“Gli shock esistono. E qual è il fondamento della tua certezza per cui un se il debito cresce in tempo di pace, gli Usa saranno in grado di attuare politiche anticicliche? Citi spesso John Maynard Keynes. Noi l’abbiamo letto, tutto. Ha scritto ‘How To Pay for the War’ nel 1940 perché non era indifferente al problema del deficit, sebbene in sostegno della nobile causa della sopravvivenza. Il debito è una variabile dalle oscillazioni lente che non può e non dovrebbe essere ridotta in fretta. Ma i tassi d’interesse possono cambiare più velocemente di politica fiscale e debito”.

“Potrai aver avuto ragione, ma stavolta è diverso. Se è così, noi ammettiamo di aver sbagliato. Comunque sia, noi vogliamo esserci per spiegare il contesto giusto per i nostri risultati alla comunità scientifica, politica e civile”, concludono Reinhart e Rogoff.

Reinhart e Rogoff dichiarano guerra a Krugman

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