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Pubblichiamo un articolo del dossier “Difesa europea al bivio, Brasile, Libano, Croazia” di Affari internazionali

Il 2013 è destinato a diventare un anno cruciale per l’Europa della difesa. Il Consiglio europeo ha, infatti, deciso di mettere questo tema fra quelli che saranno affrontati nella sua riunione di dicembre. Per la prima volta nella storia dell’Unione i capi di Stato e di governo avranno così la possibilità di affrontarlo insieme. È senza dubbio una scommessa rischiosa perché si tratta di uno dei punti più delicati dell’agenda europea, soprattutto in questo momento di crisi finanziaria ed economica, oltre che di difficoltà politica.

Confronto serrato

Se il risultato sarà positivo, l’Unione ne trarrà sicuramente beneficio, cominciando ad consolidare realmente un altro fondamentale pilastro, dopo quello monetario, di ogni processo di integrazione. Se il risultato fosse negativo, le conseguenze sono imprevedibili e potrebbero, comunque, spingere verso una diversa evoluzione. Sembra, d’altra parte, giunto il momento per l’Europa di decidere cosa vuole fare e dove vuole andare: il rafforzamento delle nuove potenze regionali impone che l’Europa scelga che ruolo vuole giocare e si attrezzi per farlo.

Per preparare questo incontro il Consiglio ha chiesto alla Commissione, all’Agenzia europea di difesa (Eda) e al Servizio europeo per l’azione esterna di predisporre loro documenti. Si è così innescato un intenso lavoro di approfondimento e confronto sia al loro interno, sia fra loro, coinvolgendo anche gli stakeholder (governi, amministrazioni, industrie). In parallelo, anche il Parlamento europeo ha avviato una sua riflessione su questo tema.

In quest’ottica la Commissione sta predisponendo una Comunicazione il cui titolo provvisorio è significativamente “A New Deal for European Defence” che dovrebbe essere pubblicata a giugno. La Comunicazione traccia la strategia che dovrebbe essere seguita nei prossimi anni dopo le elezioni del Parlamento europeo del 2014 e l’insediamento della nuova Commissione europea dal 2015. Non va, per altro, dimenticato che tutto questo avverrà con un forte coinvolgimento dell’Italia che presiederà il Consiglio europeo nel secondo semestre 2014 (e, quindi, sarà coinvolta già nel semestre precedente e successivo).

La Comunicazione traccia il programma delle iniziative che la Commissione intende assumere per favorire l’integrazione del mercato europeo della difesa e per rafforzare lo European Defence and Technological Industrial Base (Edtib).

Ma qualsiasi motore, anche il più moderno ed efficiente, porta da nessuna parte se non c’è carburante per rifornirlo. La bozza della Comunicazione lo dice chiaramente (anche se senza particolare enfasi): “Nel 2015 difficilmente ci saranno nuovi programmi avviati”. Di fatto tutti i maggiori programmi nazionali ed intergovernativi sono stati lanciati prima e a cavallo del 2000 e la loro spinta propulsiva si sta esaurendo. Senza nuovi programmi sarà, quindi, difficile invertire l’attuale tendenza al declino tecnologico dell’industria europea, ma anche favorire una razionalizzazione/efficientamento della struttura industriale europea. A pagarne le conseguenze sarà inevitabilmente lo sviluppo delle capacità europee di sicurezza e difesa.

Nuovi programmi

Questa consapevolezza dovrebbe portare il Consiglio europeo a decidere l’avvio di un programma (con valenza e implicazioni anche per il settore duale) che preveda una specifica iniziativa in ognuno dei principali segmenti del settore della difesa, con un cofinanziamento da parte dell’Ue (reso possibile proprio dal coinvolgimento di tecnologie e/o applicazioni duali).

Questo programma dovrebbe essere concordato fra Commissione, Eda e Comitato militare dell’Ue in modo da assicurarne il carattere “europeo” sul piano tecnologico, industriale, militare e duale. I segmenti interessati potrebbero essere ad esempio: velivoli (Uav), elicotteri (Csar), navi (pattugliatori), terrestre (ruotato protetto), elettronico (protezione reti), spaziale (tlc).

L’obiettivo dovrebbe essere anche di sviluppare nuovi equipaggiamenti “europei” non solo di nome, ma anche di fatto, essendo basati su requisiti europei e cofinanziati dalle istituzioni Ue. Questo consentirebbe di incentivare gli Stati membri a partecipare/adottare questi prodotti grazie al loro più ridotto costo (sia per il contributo europeo alla fase di sviluppo, sia per la più ampia produzione). Si favorirebbe così la comunalità degli equipaggiamenti in servizio, riducendo anche il costo del supporto logistico e della manutenzione.

Un elemento importante di questa strategia dovrebbe essere il coinvolgimento dei paesi “willing and able”, ovvero di quelli che lo vogliono ma che possono anche dimostrare di avere una capacità tecnologica e industriale nello specifico segmento di attività. La logica dovrebbe essere quella di allargare la partecipazione abbandonando il principio del cost sharing/work sharing, a favore di meccanismi che favoriscano la competitività.

È evidente che un pacchetto di programmi da sviluppare contemporaneamente favorirebbe una distribuzione degli investimenti che premi le aree di eccellenza tecnologica di ciascun paese, evitando che qualcuno cerchi di essere il leader di tutti i programmi, con una logica di supremazia esclusiva.

Opportunità

In questa stessa ottica il Consiglio europeo potrebbe anche considerare la possibilità che i risparmi sulle spese militari nazionali possano essere destinati sia a programmi di ricerca e tecnologia (nazionali o intergovernativi), sia all’acquisizione di questi nuovi mezzi “europei”. In questo modo si eviterebbe che i necessari risparmi e tagli di spesa pubblica siano fatti solo in un’ottica nazionale, andando solo a beneficio dell’equilibrio finanziario, ma a discapito del mantenimento delle capacità europee di sicurezza e difesa.

Un’ulteriore decisione potrebbe riguardare la rinuncia da parte dei paesi che hanno finanziato i più recenti programmi di rinnovamento dei loro equipaggiamenti (soprattutto quelli intergovernativi) alle royalties/levies ottenute dai contratti di esportazione per investirli nell’aggiornamento degli stessi prodotti o nell’avvio di nuovi programmi che coinvolgano le stesse imprese.

Premiare le imprese che riescono ad esportare i prodotti riattribuendo loro la quota che dovrebbe tornare allo stato, sarebbe anche un riconoscimento e uno stimolo alla loro efficienza. Anche in questo caso si assicurerebbe un’ulteriore spinta all’innovazione tecnologica, favorendo il mantenimento delle capacità tecnologiche e industriali europee, che rappresenta uno dei fattori della sicurezza europea.

La crisi economica rischia di spingere molti paesi europei a privilegiare la difesa di breve periodo della propria industria, anche se questo rischia di comportarne il declino nel medio e lungo periodo. In questo modo, infatti, non potrà rimanere competitiva sul mercato globale. Non ci possono essere illusioni: l’alternativa è fra un rafforzamento dell’Europa della difesa o un inevitabile declino, seppur in ordine sparso, dei paesi europei nel settore dell’aerospazio, sicurezza e difesa.

Michele Nones è il Direttore dell’Area sicurezza e difesa dello IAI.

Il bivio della difesa europea

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