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Riunire la Shanghai Cooperation Organization nei giorni in cui anche la Nato del nuovo segretario Mark Rutte si riunisce a Washington (e celebra i suoi 75 anni) è un messaggio. E i due leader dell’organizzazione, il russo Vladimir Putin e il cinese Xi Jinping, hanno giocato su questa sovrapposizione nelle loro dichiarazioni pubbliche.

La Sco non è la Nato: nata per garantire sicurezza alle frontiere e promuovere la fiducia (innanzitutto dei meccanismi militari)  tra Russia, Cina e Asia centrale post-sovietica, nel corso dei venti anni di esistenza ha avuto un processo di implementazione lento. Non ha struttura, non ne ha profondità strategica, e nemmeno la storia condivisa dell’Alleanza Atlantica. Però ambisce a essere un gruppo pseudo-compatto che pensa a riordino e rimodulazione dell’ordine internazionale affinché esso sia meno occidentecentrico (e per effetto, che la Nato sia indebolita). E attenzione: il processo di continuo allargamento e la crescita dei Paesi osservatori e dialogue partner l’ha portata a includere al suo interno circa la metà della popolazione e un terzo del Pil mondiale.

Quando il presidente russo dice che le relazioni tra Russia e Cina vivono “il periodo migliore nella loro storia essendo basate sui principi di uguaglianza, benefici reciproci e rispetto per la sovranità di entrambi”, sottintende che quell’altro modello — quello occidentale, quello che trova nella Nato e nella sua essenza un cardine di sicurezza che ha aperto a una serie infinita di cooperazioni e condivisione — non è tutto questo. E mentre parla, si rivolge a una parte di mondo che ascolta, osserva e per certi versi condivide certe istanze.

Lo spiega chiaro all’Asia Nikkei l’ex ambasciatore indonesiano negli Stati Uniti: “Molte medie potenze del Sud del mondo non ritengono più che l’ordine mondiale funzioni a loro favore. Non accettano di essere condiscendenti da parte dell’Occidente né sono impressionati da alcuna pretesa di eccezionalismo”. Semplicemente, vogliono qualcosa di diverso, ma qui la domanda sarebbe: può essere un modello simile a quello proposto dalla Cina, dove l’ordine e il diritto internazionale non sono rispettati o sono comprati? Basta vedere le operazioni di law enforcement nei territori contesi dell’Indo Pacifico, a Taiwan o nel Mar Cinese, oppure le penetrazioni in Africa a suon di investimenti e trappole economiche.

Xi per esempio ha detto a Putin che Pechino intende “continuare gli sforzi per promuovere una soluzione pacifica della crisi ucraina”, ma tali “sforzi” con caratteristiche cinesi non solo partono dall’assenza del discernimento tra aggressore o aggredito, ma si basano anche su una narrazione totalmente funzionale agli interessi anti-occidentali, arrivando a sottintendere responsabilità dell’espansionismo Nato per de-responsabilizzare le scelte aggressive di Putin — con tanto di giochi disinformativi denunciati già dall’ex segretario Nato, Jens Stoltenberg.

Al vertice della Sco — il primo a cui ha partecipato l’Iran e si è sancito l’ingresso della Bielorussia, tanto per arricchire il parterre di anti-occidentali nel “club dei cattivi”, come dicevamo su Ips03072024 — mancava il leader indiano Narendra Modi. Un’assenza legata alla sua indispensabile presenza ad alcuni passaggi parlamentari a New Delhi, ma anche a ragioni di ordine superiore — mandare un messaggio chiaro su eventuali scelte di campo, a pochi giorni dalla partecipazione al G7, dovesse esserci in futuro bisogno di applicarle. Ma l’India per ora non pensa a quel futuro come prossimo, e punta a costruirsi per quando e se servirà un ruolo stabile, consolidato, come polo a sé stante — dunque non obbligato da certe scelte.

Parte del mondo delle democrazie che si rifà al modello occidentale, ma anche entità indipendente in grado di attrarre a sé istanze e preoccupazioni del Global South. Tanto che Modi non è andato ad Astana, ma il 9 luglio — mentre inizia il vertice Nato a Washington, il più importante partner di Delhi — sarà a Mosca. Ospite di Putin, ma senza il rischio di finire schiacciato nel sistema di gioco a due che il russo punta a orchestrare con Xi (sistema di cui Putin è gregario nei fatti, sebbene la Russia resta la Russia e ha ancora carte giocare con la Cina). Per il leader indiano, Putin è poco più che un fornitore, con cui però per ora vanno tenuti i rapporti — in particolare su settori strategici come energia e armamenti.

Il realismo è fondamentale in certi casi, tanto nella relazione con la Russia, che indubbiamente l’invasione su larga scala dell’Ucraina ha reso più complessa, tanto nel comunicare rigidità nei confronti della Cina — che tra l’altro assume adesso la presidenza annuale della Sco, fino a luglio 2025. Per Putin, la striscia di contatti internazionali serve a dimostrare di non essere isolato e di poter portare avanti relazioni anche con uno dei più importanti Paesi del mondo — perché chiaramente incontrare Modi ha tutto un altro valore che vedere il satrapo Kim Jong-un. C’è un mondo in rapida, continua evoluzione fuori dalle porte dell’Occidente.

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