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Che nome dare ad Armani con gli occhi a mandorla? Semplice Kalimani. E che dire di Gucci trasformato in Lu-Gucci e di Prada improvvisamente diventata Prada-Kny? Ecco il molto gentile e onorevole Bang Mingpai. Marchi finti che per un po’ fanno l’autostop a quelli veri per poi far scendere l’originale mentre al volante ci resta la copia. L’espressione originaria è però Bang Dakuan e descrive il comportamento di quelle signore che per strada si fanno notare da uomini in macchina per poi salire e andare via insieme. Dietro Bang Mingpai c’è invece un giro d’affari che secondo la Csla, la società che monitora i marchi, ogni anno sposta 15 miliardi di euro dalle tasche dei creatori a quelle dei falsificatori.

Tutto è cinese? No tutto diventerà cinese. Questa specie di proverbio russo illustra bene l’ultimo colpo di mano dell’industria dei falsi di Pechino. Stavolta però il colpo è grosso. Non si tratta di borse, abiti o pezzi di ricambio per automobili che portano via alle case madri pezzi di mercato più o meno consistenti.

No questa volta sono gli Usa a temere che sotto le grinfie dell’industria del falso in salsa pechinese siano finiti niente di meno che gli UAVs. Unmanned aerial vehicles. I drone. Aerei senza pilota, per i poveri di spirito. Quei velivoli neri e privi di esseri umani con cui Barack Obama ha cambiato la strategia antiterrorista della Casa Bianca.

L’industria degli aerei spia cinese è in pieno boom. Secondo quanto rivela infatti Business Insider, Pechino si appresta a esporre i propri UAVs a una prossima fiera del settore. In patria li chiamano CH-4, Wing Loong o Pterodactyl. La Cia mette invece la mano sul fuoco e giura trattarsi solo di cloni dei più familiari Reaper o Predator. Guardando poi il Xianglong agli agenti segreti Usa non potrà non venire il magone. Il Dragone volante cinese ricorda proprio l’RQ-4 Gloabal Hawk. Un gioiello che la tecnologia Usa ha usato per controllare cieli e terre di Afghanistan, Pakistan, Somalia e Yemen.

Se tanti indizi fanno una prova ecco qua che allora gli Stati Uniti hanno ragione a ritenersi allarmati non tanto per il significato militare della mossa cinese. Ciò che spaventa la superpotenza è il livello di tecnologia, le risorse disponibili e le capacità spionistiche a disposizione dei concorrenti. Che non escludono nemmeno la sorpresa. Basta con le copie. Meglio l’originale di qualcosa che ancora non esiste ma presto potrebbe essere realtà. Nella mente degli strateghi asiatici c’è infatti un drone supersonico capace di duellare in aria disintegrare tutto ciò che vola per finire poi il servizio colpendo ciò che si muove a terra.

Che dire poi se Pechino copiasse non solo i mezzi ma anche i fini dei maestri Usa? Se con i droni eseguisse anche le missioni brutte sporche e cattive per cui sono stati concepiti gli originali? Che direbbero e che farebbero in questo caso filippini, vietnamiti, indiani se un giorno per caso questi gioielli neri iniziassero a farsi vedere nei paraggi del Mar cinese meridionale? Oppure se chi copia i droni americani un bel giorno cominciasse a essere stufo di qualche minoranza inquieta? Gruppi che invece dei droni intendono copiare gli esempi di libertà e autodeterminazione che partiti dagli Stati Uniti si sono diffusi in tutto il mondo. Come risolverebbero Cina e Usa il conflitto di interessi?

I timori Usa sui droni clonati dai cinesi

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