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Grandi spostamenti di forze aeree si svolgono proprio sotto il nostro naso – e nessuno ne parla, anche solo per chiedersi se la nostra centralità mediterranea è un capriccio della geografia o ha anche un qualche senso politico.
 
Il sito Stratfor riporta che da settembre è in corso un notevole dispiegamento di forze aeree americane e in parte francesi nel Mare nostrum. Il 13 settembre almeno una dozzina di aerei da trasporto militare (MC-130H, HC-130N. HC-130P e AC-130U) hanno attraversato l’Atlantico, ultima destinazione nota la base aeronavale di Souda Bay a Creta. Si tratta, nota Stratfor, di mezzi impiegati tipicamente in collegamento con forze speciali. È possibile che siano da mettere in relazione con la richiesta del governo irakeno di far rientrare nel Paese alcune unità speciali americane.
 
L’accordo relativo sarebbe in via di definizione. Gli Stati Uniti hanno lasciato ufficialmente l’Iraq alla fine del 2011, ma è in corso un dibattito sul ruolo post-ritiro di Washington. Punto di caduta del confronto è l’idea che non si possa rinunciare al know-how militare accumulato in due guerre asimmetriche e irregolari come l’insorgenza irakena e la decennale ribellione afghana. Vi è un’ampia letteratura sul significato di queste esperienze, da cui si può trarre la convinzione che, per il complesso mosaico degli equilibri mediorientali, l’utilizzo di piccole unità semisegrete e rapide, agganciate a questa o quella realtà locale, possa essere sufficiente. Ci si sbaglierebbe tuttavia se si considerasse questo approccio come più “leggero” di quello adottato sullo scacchiere asiatico-pacifico, dove la proiezione di forza veicolata dalla flotta è più evidente, o quantomeno più pubblicizzata. Il presidente Obama ha sempre evidenziato come Medio Oriente e Asia-Pacifico siano priorità equivalenti per gli Stati Uniti. L’obiettivo è evitare lo “strategic neglect” del Paese chiave per tutti gli equilibri del Golfo, e dunque, almeno in parte, del mondo. Se non bastassero le parole, a ricordarcelo sono le grandi manovre tenutesi recentemente nello Stretto di Hormuz, dove gli Stati Uniti hanno inscenato una grande operazione di sminamento, e il fatto che il Pentagono abbia raddoppiato gli stanziamenti per le capacità antimine della Quinta Flotta, responsabile del teatro mediorientale. Un aspetto della vicenda su cui la letteratura post-Iraq (non sempre tenera con Obama) insiste è il fatto che in base allo Strategic framework agreement siglato dai due Paesi, gli Usa non possono disporre di basi permanenti sul suolo irakeno. È vero che attraverso piccoli commando mobili e droni questo ostacolo può essere facilmente aggirato, ma resta il fatto che una più massiccia presenza Usa nello spazio aereo potrebbe fare da regolatore delle tensioni Iran-Israele.
 
Nell’area, comunque, vigila uno squadrone di F-22 Raptor, cui potrebbe aggiungersi uno stormo di 12 caccia F/A-18 Hornet segnalati il 24 settembre in arrivo alla base spagnola di Moron. Il tutto mentre truppe speciali francesi vengono schierate in queste settimane per intervenire in Mali, altro punto caldo dell’arco di crisi arabo-islamico, e i droni Usa sorvegliano i bollori islamisti della Cirenaica.
 
Con una mezza dozzina di Stati sul punto di rottura nel Mediterraneo allargato, con potenze globali che vi svolgono un ruolo regionale e partner europei che ambiscono a un nuovo-vecchio ruolo afroasiatico, la sfera di influenza nazionale appare sempre più oggetto delle mire altrui. Sarebbe utile, visto che il tutto avviene nel millenario giardino di casa, non tanto essere i primi a muoversi, ma almeno tra i primi a sapere (e a parlarne), questo sì.
 

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