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Mi chiamo Antonio Lupetti. Sono un blogger. Tre giorni fa ho pubblicato sul mio blog un post con una domanda al ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera. Era una semplice domanda. E´ scoppiato il putiferio.
Per capire la faccenda bisogna tornare indietro di qualche mese. Ad aprile 2012, il ministero dello Sviluppo economico ha costituito una task force col compito di redigere un rapporto sulla riforma che ha come obiettivo quello di facilitare la nascita e la crescita di start up innovative.
 
Il rapporto è stato presentato al ministro il 9 luglio e reso pubblico il 13 settembre. C´è un punto che più di tutti ha attirato la curiosità del sottoscritto. Tra le varie proposte si parla di un “Fondo dei Fondi”. In pratica fondi pubblici destinati a sostenere fondi di venture capital, acceleratori, incubatori o altri operatori disposti a fare investimenti di capitali di rischio in start up.
La domanda che ho posto nel mio articolo è molto semplice. Come mai alcuni dei componenti della task force, che hanno redatto e firmato questo rapporto sono proprio a capo di venture incubator nazionali, acceleratori e privati investitori?
Ho sollevato la più semplice e ovvia delle questioni. Se ci fosse o meno un conflitto di interesse tra alcuni di questi membri e il loro status di privati investitori, visto che saranno loro stessi, tramite le aziende a cui fanno capo, i destinatari diretti di tali fondi pubblici.
 
Nell´introduzione al rapporto, la task force scrive: “Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera ci ha chiesto di riflettere e avanzare proposte a titolo personale e sulla base delle nostre competenze e diverse esperienze professionali”.
Come si può lasciar proporre a “titolo personale” a dei privati, che hanno tutto l´interesse affinché tale rapporto venga approvato e tradotto in regole normative, di definire le linee guida di una riforma delle start up che ha degli ovvi impatti pubblici su larga scala?
Non è questo un palese conflitto d´interesse? E se no, perché?
 
C´è un altro passo interessante nel rapporto. Si afferma, riporto letteralmente, che “tutte le proposte tendono a minimizzare il ruolo diretto dello Stato quando si fa filtro, intermediario, attore, che deve autorizzare o negare – riducendo così i rischi di lungaggini, lentezze e arbitri e a massimizzare invece il ruolo indiretto dello Stato quando incentiva i comportamenti da parte di privati capaci di contribuire a generare un nuovo ecosistema”.
Tradotto significa che lo Stato dovrà solo sganciare i soldi. Su quali start up investire, con quali modalità, è invece tutto demandato ai beneficiari di questo fondo. Gli startupper in pratica non beccheranno un centesimo. I destinatari dei capitali del “Fondo dei Fondi” sono indicati puntualmente. Sono “i fondi di venture capital, gli angel investor, incubatori e acceleratori”. In pratica i soldi saranno dirottati esclusivamente presso questi soggetti privati e non ai ragazzi che vogliono fare “impresa digitale”.
Riducendo all´osso, significa che gli startupper se la dovranno prima vedere con tali soggetti che decideranno arbitrariamente su quali startup investire e quali no. Se il meccanismo garantisca pari opportunità per tutti gli startupper è tutto da dimostrare.
 
Il paravento del “ce lo chiede l´Europa” o del “funziona così ovunque”, sollevato da alcuni personaggi intervenuti nella conversazione, in merito al meccanismo di funzionamento del “Fondo dei Fondi”, è solo un blando palliativo. Il “Fondo dei Fondi” è nient’altro che un incentivo statale a fondo perduto sotto falso nome, nella peggiore delle tradizioni assistenzialiste del nostro Paese. E sappiamo come questo genere di incentivi sono spesso stati spremuti. Raramente hanno un qualche beneficio di lungo periodo per la collettività pubblica. Solo un beneficio mordi e fuggi per gli affaristi che negli anni ne hanno usufruito.
Io ho fatto solo una domanda al ministro. Le risposte arrivate da parte di alcuni venture capitalist, investitori, personaggi vicini a questo ambiente sono state vaghe e hanno solo tentato maldestramente di spostare l´attenzione su altre questioni.
Come sull´indubbia competenza dei membri della Task Force e sul loro ruolo di capaci e provati investitori nell´ambito tecnologico del panorama italiano. Peccato che questo nessuno lo abbia mai messo in dubbio. Tirare fuori tale motivazione pare più che altro un´inutile divagazione per intorbidire le acque e far perdere di vista lo snodo cruciale della questione alla base di tutta la storia. Se il conflitto d´interesse ci sia o meno.
 
Ribadisco. Questo rapporto non è “il” decreto. Ma sul sito del ministero dello Sviluppo economico, il 13 settembre, è comparso questo comunicato stampa: “Entro settembre ci sarà il decreto crescita 2 e un pezzo importante sarà dedicato allo start up. Gli impegni presi – ha affermato Passera – li abbiamo rispettati. Il ministro, rilevando che il pacchetto delle start up è corposo ed elaborato, ha precisato che saranno approvate subito le prime norme”.
Siamo in pratica agli sgoccioli di questa operazione un po´ troppo affrettata. Prima dell´approvazione io ho chiesto una verifica nelle opportune sedi per verificare se, nella scelta di questa task force, le condizioni basilari per assicurare il rispetto degli interessi pubblici siano state rispettate. Senza queste verifiche il Rapporto passerà così com´è e diventerà “il” decreto. Soldi pubblici destinati a gruppi privati sulla base di regole che loro stessi hanno definito.
Faccio anche una proposta. I membri della task force sottoscrivano un agreement in cui si impegnano a non attingere mai un solo centesimo dalle riserve del Fondo dei Fondi. Né loro, né le società di cui fanno parte, né quelle in qualche modo collegate.
 
Aspetto una risposta ufficiale.
Sulla mia domanda originaria.
Da qualunque parte arrivi.

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