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“La mozione di sfiducia? Fa solo ricompattare la maggioranza. Santanché? Prima o poi farà da sola un passo indietro, perché diventerà intollerabile anche per Meloni avere una ministra indagata o rinviata a giudizio per questioni così delicate e politicamente sensibili. Non c’entra niente il giustizialismo o il garantismo”. Così Alfredo Bazoli, deputato bresciano del Partito democratico, analizza con Formiche.net le iniziative parlamentari del suo partito e coglie l’occasione per riflettere sulle imminenti elezioni europee e sulla proposta di Maurizio Landini di eliminate il Jobs act (già bocciata dall’ex ministra Madia).

C’è qualcosa che non ha funzionato nella mozione di sfiducia di ieri?

Personalmente non sono mai particolarmente favorevole alle mozioni individuali di sfiducia perché certamente mettono a nudo le manchevolezze di qualche figura, ma tuttavia si risolvono sempre in un inevitabile compattamento della maggioranza. Al di là della denuncia pubblica di situazioni come quelle che riguardano Salvini e la Santanché, credo che iniziative del genere non ottengano risultati politici significativi. Resto piuttosto perplesso sull’idea di utilizzare questo strumento che ha una valenza politica di sottolineatura degli errori e delle censure politiche che possono riguardare singoli ministri, ma più in là di questo non si va.

Come intrecciare queste decisioni con le sensibilità garantiste di soggetti che militano nel centrosinistra?

Secondo me questo è un tema politico, tirato fuori in maniera molto strumentale: non è che si chiedono le dimissioni della Santanché perché c’è un procedimento giudiziario aperto nei suoi confronti, il tema non è quello. Il riferimento piuttosto è all’opportunità politica di una ministra che è indagata e rischia il rinvio a giudizio su questioni che riguardano anche una truffa ai danni dello Stato. Non so se questo sia un elemento compatibile col suo ruolo di governo: questo è il tema, mentre il garantismo francamente è tirato fuori a sproposito. In un caso come questo il punto non è l’indagine giudiziaria quanto l’opportunità politica. Noi riteniamo che sarebbe opportuno per lei fare un passo indietro, anzi le dirò di più: secondo me prima o poi lei lo farà il passo indietro, perché diventerà intollerabile anche per la Meloni avere una ministra indagata o rinviata a giudizio per questioni così delicate e politicamente sensibili. Non c’entra niente il giustizialismo o il garantismo in un caso come questo.

Il faccia a faccia televisivo Meloni-Schlein è una buona notizia per un Paese che spesso era stato criticato perché non al passo con altre democrazie, come gli Usa?

Sì, il problema semmai resta il nostro sistema politico che è un sistema molto più frammentato e quindi è complicato polarizzare su due figure in particolare il confronto politico. Io penso che sia comunque utile anche per noi se si farà un confronto tra Meloni e Schlein, perché sarebbe comunque un riconoscimento di ciò che è ormai nei fatti: cioè che il leader dell’opposizione oggi è il leader del partito più forte, quindi del Partito democratico. Due donne inoltre a capo del governo e a capo dell’opposizione è un segno di grande modernità del nostro Paese.

Cosa pensa della proposta di Landini di abolire il Jobs act? Secondo Marianna Madia non è utile sfidare la destra con proposte nostalgiche.

Landini e la Cgil, ovviamente, sono liberi di fare quello che ritengono: dal mio punto di vista diciamo che non è questa la priorità della battaglia politica. Il Jobs act è una legge del 2015 che è già stata rimaneggiata nel corso degli anni anche attraverso sentenze della Corte costituzionale che ne hanno modificato molto pesantemente l’impianto iniziale. Secondo me rischia di diventare un puro manifesto ideologico e non è non è quella la battaglia da fare, a mio modo di vedere ,per il nostro partito. Sul lavoro ci sono molte altre cose su cui puntare, dal salario minimo all’aumento della produttività, alla riduzione del cuneo contributivo, passando per la stabilizzazione dei contratti di lavoro. Ci sono tante battaglie che secondo me vengono prima di questa.

Come il Pd si approccia alle elezioni europee, con quali obiettivi anche in termini numerici e con quale idea di Europa?

Intanto io mi auguro che venga premiato lo spirito fortemente europeista che ha il nostro partito e quindi mi auguro che venga superata l’asticella del 20%. Noi riteniamo che l’Europa sia la naturale collocazione dei problemi più rilevanti che abbiamo davanti a noi, per cui solo a livello europeo possiamo parlare di pace, di sviluppo sostenibile e di difesa della democrazia. Per questa ragione ci vuole un’Europa più forte e occorre assolutamente intervenire per migliorare il meccanismi di funzionamento dell’Europa.

Ovvero?

Mi riferisco all’unanimità che viene richiesta per ogni decisione dal Consiglio europeo: è una modalità di decisione di scelta che frustra qualunque tentativo di avanzamento anche di scelte innovative da parte dell’Europa. E si presta, come vediamo con l’Ungheria, ai ricatti dei Paesi che approfittano di tale regola per sottrarsi alle censure e che possono portare anche conseguenze economiche per la violazione dello Stato di diritto. Il veto ungherese ha rischiato di paralizzare decisioni fondamentali per la tutela della pace e per la tutela dell’ordine internazionale. Inoltre ha costretto l’Europa ad accettare di ripiegare rispetto alle procedure di infrazione che erano iniziate per via delle gravi e palesi violazioni dello stato di diritto che l’Ungheria ha perpetrato in tutti questi anni. Solo riformando i trattati si riformeranno le modalità con le quali si sta insieme, altrimenti non riusciremo a far fare passi avanti all’Europa.

Più politiche del lavoro e meno mozioni di sfiducia. Il suggerimento di Bazoli

“L’Europa? La naturale collocazione dei problemi più rilevanti che abbiamo davanti a noi, solo a livello europeo possiamo parlare di pace, di sviluppo sostenibile e di difesa della democrazia. Cambiare il Jobs act? Ci sono altre priorità”. E sulla sfiducia a Santanché… Intervista al deputato dem bresciano

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