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Si prevede che la Cina superi gli Stati Uniti in termini di Pil nominale alla fine degli anni ‘20 di questo secolo: il sistema monetario mondiale sarà determinato dalla triade dollaro-euro-renminbi; se si mantiene il trend attuale, è possibile che la Cina raggiunga il livello di spese militari degli Stati Uniti già nel 2030. Per molti economisti, aumenterà anche il livello di dipendenza commerciale dalla Cina di molti Paesi dell’area. Usando un modello gravitazionale degli scambi, l’incidenza dell’interscambio del Giappone con la Cina sul totale passerà dall’attuale 20% a oltre il 40% nel 2030.
 
In un’era di globalizzazione e di crescenti e profonde interdipendenze, che tipo di risposta all’ascesa della Cina ci si può aspettare dalle grandi potenze e dagli Stati medio-piccoli? Quando si pensa al tipo di risposta possibile da parte delle grandi potenze, la teoria della transizione di potenza può offrire un’indicazione. Secondo il suo fondatore, A.F.K. Organski, quando i rapporti di forza tra una grande potenza egemone e una potenza emergente e insoddisfatta diventano più equilibrati, e quando la seconda tenta di raggiungere la parità, diventa difficile per l’egemone mantenere lo status quo attraverso la deterrenza o la diplomazia coercitiva.
 
Per questo la potenza egemone tipicamente cerca di realizzare alleanze difensive, mentre d’altra parte lo sfidante insoddisfatto è incentivato a perseguire il cambiamento per realizzare i propri obiettivi. Ci sono opinioni diverse su che cosa viene prima (se la sfida o la risposta), fatto sta che sorge il timore che questa situazione porti alla guerra tra grandi potenze. La teoria della transizione di potere, tuttavia, non considera adeguatamente l’interdipendenza economica o l’esistenza di interessi comuni. Non basta considerare se la potenza sfidante è soddisfatta o meno dello status quo, bisogna anche considerare le preferenze della potenza egemone, l’estensione di opportunità crescenti di negoziati e il ruolo delle istituzioni. Anche questi elementi devono rientrare nell’analisi.
 
A questo scopo Randall Schweller offre un utile modello. In breve, se le intenzioni e le azioni delle potenze emergenti che puntano alla revisione dello status quo rimangono contenute, allora la potenza egemone avversa al rischio punterà all’inclusione e alla connessione attraverso negoziati ed istituzioni. Se la potenza emergente ha invece intenti “rivoluzionari”, e li rende manifesti con un atteggiamento revisionista, l’egemone avverso al rischio agirà per controbilanciarla. Le potenze egemoni non sono, tuttavia, sempre avverse al rischio.
 
In certe condizioni, potrebbero accettare il rischio per ragioni di politica interna. Inoltre, poiché le potenze egemoni hanno bisogno di creare e conservare alleanze difensive, non si può escludere che una determinata potenza egemone decida di assumersi il rischio passando all’azione, al fine di ottenere la fiducia di una potenza media o piccola. In questo caso, le azioni di regolazione della bilancia ai danni della potenza emergente diverranno più aggressive, e le spinte sovversive dell’equilibrio da parte della potenza emergente aumenteranno il rischio di una guerra preventiva. Tuttavia, con l’aumento di interdipendenza causato dalla globalizzazione e i costi elevati della guerra nell’era nucleare, i margini sono diventati più stretti, e in particolare è più difficile ricorrere alla guerra preventiva.
 
Il fatto che l’ascesa della Cina abbia portato ad un aumento della cooperazione di sicurezza tra le grandi potenze e i piccoli e medi Stati dell’Asia-Pacifico e allo sviluppo di istituzioni inclusive può essere compreso all’interno del quadro teorico appena tracciato. In altre parole, se diventasse chiaro l’atteggiamento revisionista di una Cina emergente, esso darebbe agli Stati Uniti un movente per comportarsi in modo più consapevole in termini di bilancia di potenza. Tuttavia, al momento, le piccole e medie nazioni dell’area non percepiscono una minaccia abbastanza grave da spingerle a ricercare un’alleanza formale.
 
Cosa comporta tutto ciò per la relazione nippo-americana? In primo luogo, anche in un’era di austerità, Tokyo dovrebbe impegnarsi a collaborare con gli Usa per promuovere una rete di alleanze e di cooperazioni funzionali che dia sostanza all’impegno americano verso la regione dell’Asia-Pacifico. Inoltre, il Giappone dovrebbe ricollocare più risorse e attenzioni diplomatiche e militari alla regione, facendo dell’Asia-Pacifico la priorità strategica numero uno e indirizzando tutte le articolazioni governative della cooperazione internazionale a questo obiettivo.
 
Al tempo stesso, il Giappone dovrebbe riconoscere il fatto che alcuni Stati asiatici temono per la propria autonomia; dovrebbe lavorare ad un ambiente di sicurezza regionale più stabile e vantaggioso, aiutando questi Stati a rafforzare la capacità di difesa dei propri interessi vitali, piuttosto che spingendoli a schierarsi con una parte o l’altra (Cina o Usa). Secondo, il Giappone ha la responsabilità di promuovere la creazione di una sfera comunitaria est-asiatica attraverso strumenti bilaterali, inclusivi e multilaterali rivolti alla Cina, evitando mosse che possano gettare la regione nella conflittualità aperta e impegnandosi a promuovere la creazione di un ordine regolato che rifletta la nuova bilancia di potenza.
 
Ciò vuol dire spingere gli Stati Uniti a collaborare pienamente con la Cina sui temi della sicurezza e dell’economia e al tempo stesso rafforzare le relazioni cino-giapponesi, attraverso nuovi meccanismi di gestione delle crisi e con lo sfruttamento congiunto del gas nel Mar cinese orientale. Infine, il Giappone deve evitare una situazione in cui si rafforza solo la cooperazione sino-americana, alle spese degli interessi delle potenze medie e piccole della regione. Perciò Tokyo deve mantenere un ruolo guida nella costruzione dell’ordine regionale e lavorare per rafforzare gli incontri bilaterali e trilaterali con Stati Uniti e Cina, al fine di diffondere una visione condivisa di questo ordine.
 
© Japan center for international exchange. www.jcie.org
Traduzione di Marco Andrea Ciaccia

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