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Qualche giorno fa Formiche.net ha pubblicato un interessante articolo di Luigi Tivelli che evidenzia che l’articolo meno attuato della Costituzione è l’articolo 49, secondo cui i partiti dovrebbero “concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale”.

Nell’articolo si evidenzia giustamente che in quasi tutti i partiti il metodo democratico, la democrazia interna, sostanzialmente non esiste quasi. Credo si tratti di un fenomeno molto grave. Che contribuisce decisamente ad allontanare i cittadini dalla politica, come si evidenzia dalla enorme dimensione assunta dall’astensionismo, giunto anche fino ad oltre il 50 % degli elettori in qualcuna delle ultime tornate elettorali.

Mi permetto di segnalare ai lettori che, tra gli altri, c’è invece un partito, il Pri, il più antico dei partiti italiani, nato nel 1895, per ora non di grossa dimensione visto che annovera solo varie migliaia di iscritti, ma ben insediato nel territorio in varie aree della penisola, che basa e fonda la propria azione proprio sul metodo democratico e su una sana vita democratica interna. Basta tener conto che almeno una volta al mese si svolge una seduta della direzione nazionale.

Una direzione composta da molte decine di membri (35). A ciò si aggiunge il fatto che almeno tre volte l’anno si svolge una seduta di un consiglio nazionale composto da 100 membri, salvo eventuali ulteriori sedute per occasioni speciali. Sia all’interno della direzione che all’interno del consiglio nazionale la discussione è sempre aperta libera e fertile.

Lo stesso Tivelli ha pubblicato poi un altro articolo su quella che lui definisce la “capocrazia”, perché ogni partito avrebbe una “capa” o un “capo”. Ebbene nel Pri non c’è certo un capo, c’è un Segretario che è una sorta di primus inter pares, che si impegna soprattutto a favorire l’attuazione delle decisioni assunte dalla Direzione Nazionale e dal Consiglio Nazionale. Un Partito poi caratterizzato da un profondo senso della memoria storica a differenza di vari altri partiti.

Nei giorni scorsi abbiamo ad esempio celebrato in varie città italiane, a cominciare da Roma, Ravenna e tante altre città della Romagna dove è più vivo il senso del repubblicanesimo storico, l’anniversario della Repubblica Romana del 1849, un momento chiave del nostro Risorgimento perché per la prima volta fu strappato e fu sostituito il potere temporale dei papi, grazie ad una “rivoluzione” guidata dal triumvirato Mazzini-Armellini-Saffi. Ma, poi sedata alcuni mesi dopo purtroppo dalle truppe francesi in aiuto allo Stato Vaticano.

Forse l’aspetto più significativo di quella straordinaria esperienza politico-istituzionale fu la costituzione della Repubblica Romana. Una Costituzione che dettava principi e regole ancora di grande attualità cui si sono ispirate altre costituzioni nei decenni successivi, anche di altri paesi. Una costituzione che definiva per la prima volta importanti libertà civili e diritti civili e che delineava la versione più democratica possibile del rapporto tra cittadini e istituzioni. Un appuntamento non certo dimenticato dalla migliore storiografia.

Su cui Candeloro, ad esempio, ha scritto pagine fondamentali, ma purtroppo quasi dimenticate grazie al dominio del presentismo e alla perdita del senso della memoria storica da parte della politica e purtroppo pure da buona parte del giornalismo italiano. Quel senso di democrazia interna dei partiti non deriva solo dalla lezione di Mazzini, di Cattaneo, e di tanti altri che fanno parte per noi di un Pantheon di cultura politica che non è mai cambiato, a differenza di quanto avvenuto man mano agli altri partiti. Non abbiamo mai smesso infatti, ancor più oggi, di essere un vero partito di liberi cittadini e non saremo mai un partito di “capi” o di “cape”.

Così come, grazie alla lezione nel secondo dopoguerra, tra gli altri, del Conte Sforza, del vicepresidente della Costituente Giovanni Conti, che coniò la formula repubblicano in repubblica, di Ugo La Malfa e di un grande statista e storico come Giovanni Spadolini, (che come noto fu il primo presidente del Consiglio laico, repubblicano, e non democristiano), conserviamo forte il senso della memoria storica. Senza democrazia interna dei partiti e senza recupero finalmente di un sano senso della memoria storica la politica sarà sempre più rachitica, e dominata dal quella miscela tra populismo e un certo dilettantismo che già tanti danni ha comportato specie nell’ultimo decennio.

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