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“Le sirene delle piccole patrie suonano per generare paura nel cambiamento. Dobbiamo essere capaci di affrontare quelle paure con il rigore di chi sa qual è la parte giusta della storia”. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, all’esito della due giorni organizzata dal Pd a Roma dedicata proprio al tema dell’Europa, risponde a Formiche.net esplicitando il messaggio politico lanciato dai dem in vista delle europee. Scandendo a chiare lettere un principio: “Lo scetticismo vero nell’Europa nasce dalla percezione di debolezza e inefficacia delle istituzioni europee. Lottare contro lo scetticismo significa promuovere riforme che offrano all’integrazione nuovi strumenti, a partire dalla politica estera e di difesa”.

Onorevole Picierno, il Consiglio d’Europa ha dato il via libera all’iter per i negoziati, avviando il percorso di integrazione europea dell’Ucraina. Sembrava tutto lineare, poi è arrivato il niet di Orban sui fondi a Kiev. Ora, che scenario si prospetta?

Il sostegno all’Ucraina è la politica estera dell’Unione. Anzi, è l’Unione stessa. In una fase di connessione tra autarchie e terrorismo, arretrare su quel sostegno significherebbe arretrare sui nostri princìpi e sulla nostra politica di difesa della democrazia, della convivenza civile, di un ordine mondiale fondato sul diritto. Questo è lo scenario, ed è immutato dal febbraio 2022, da quando Putin ordinò la criminale aggressione. Bisognerà attendere il prossimo Consiglio che sarà il primo di febbraio. Non nascondo il disappunto per un veto che Orban poteva e doveva risparmiarsi davanti al mondo intero e alla storia, bisognerà recuperare in fretta. Ma se abbiamo fatto un passo indietro sui finanziamenti, ne abbiamo compiuti due in avanti sull’allargamento.

Questa integrazione che cosa porterà, una volta compiuta, al sistema europeo e che tipo di segnale si dà al mondo?

Il segnale è duplice, interno ed estero. L’Europa è ancora un faro di democrazia, equità e benessere nel mondo. Non è un caso che il processo di allargamento non si sia mai interrotto, dalla caduta del muro di Berlino ad oggi. Ha rappresentato sfide complesse, ma è la dimostrazione tangibile della sua forza. L’adesione dell’Ucraina è ovviamente un’ulteriore sfida, mai ci siamo trovati ad affrontare la richiesta di adesione di un paese militarmente aggredito. Ma è proprio l’altezza di quella sfida che ci impone di fare meglio e di più. Alla fine di questo nuovo processo sono convinta che il vantaggio sarà tanto per il popolo ucraino quanto per l’Unione europea, che si ritroverà più forte e coesa.

A fronte di chi vuole entrare in Ue, in Paese già membri – l’Olanda, ad esempio – si impongono forse euroscettiche. Come si spiega questa dicotomia?

Io credo abbia ragione Mario Draghi, o l’Europa nei prossimi cinque anni diventa Europa politica, o arretriamo. Chi pensa ad Europa minima possibile, a conservare le attuali strutture, è debole nei confronti di chi non crede nel processo di integrazione. Lo scetticismo nasce dalla percezione di debolezza e inefficacia delle istituzioni europee. Lottare contro lo scetticismo significa promuovere riforme che offrano all’integrazione nuovi strumenti, a partire dalla politica estera e di difesa.

Nei giorni scorsi si è svolta a Roma la vostra kermesse “L’Europa che vogliamo”. Qual è il messaggio che avete voluto lanciare?

Che i socialisti e democratici saranno i primi a proporre quelle riforme. Lavoreremo ad una proposta elettorale europea che dia il senso di questa sfida federale. Non c’è cosa che Meloni e i nazionalisti di tutta Europa temano di più che il confronto sui temi europei, sul futuro del nostro continente. I cittadini europei saranno chiamati a scegliere su quel futuro, più sostenibile, più equo, più libero, più democratico. Le sirene delle piccole patrie suonano per generare paura nel cambiamento. Dobbiamo essere capaci di affrontare quelle paure con il rigore di chi sa qual è la parte giusta della storia, di chi sa che le sfide che ci attendono sono troppo grandi per essere affrontate ciascuno nei propri confini.

Sul dossier “caldissimo” legato alla revisione del Patto di Stabilità, pare che ci sia una frenata da parte dell’Italia. Su quali direttrici ora occorre muoversi per ottenere una revisione che ottemperi alle esigenze europee ma d’altra parte non imponga troppa rigidità ai Paesi Membri?

Noi siamo per un nuovo Patto che osservi tre princìpi: equilibrio dei conti pubblici, flessibilità per i piani di rientro dei Paesi con alto debito pubblico, sostegno agli investimenti, specie a quelli relativi alla transizione ecologica e a quella digitale. Poteva essere una posizione forte di tutto il Paese, avrebbe raccolto un ampio consenso, nel rispetto del lavoro della Commissione e del Parlamento, che vanno in quella direzione. La nostra posizione negoziale ne avrebbe giovato. Il governo ha invece scelto un’altra strada, quella del conflitto perpetuo con l’opposizione e le istituzioni europee. Presentarsi alle aule parlamentari prima di un delicato Consiglio con i fax e offendendo preventivamente tutti i partiti di opposizione non è da statisti. È da capi di partito in perenne campagna elettorale. Temo che a pagarne il prezzo più alto sarà il Paese.

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