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Nella sua “Atreju di governo” Giorgia Meloni non è stata – a mio parare – all’altezza del ruolo che ricopre. Il suo non è stato il discorso da presidente del Consiglio, ma da leader di partito. Si può obiettare che quella era un’iniziativa di FdI  di cui Meloni è presidente. Ma a  una insigne personalità  della politica non è consentito dismettere un abito che ha indossato fino a poche ore prima (quando ha incontrato i suoi ospiti a Palazzo Chigi dopo essere appena tornata da un importante vertice europeo) e indossare l’eskimo e le scarpe da tennis, per polemizzare più agevolmente con  i leader avversari.

Certo. Meloni ha tutto il diritto di lamentarsi delle critiche di un’opposizione che è capace soltanto di gettare la palla nella tribuna di un antifascismo di maniera. Ma ci sono modi opportuni ed altri che non lo sono. A pensarci bene la durezza della polemica ha finito per dare un credito immeritato a partiti che non se lo meritano per la pochezza delle loro leadership e l’inconsistenza delle loro proposte politiche. Si direbbe, quasi, che si siano invertiti i ruoli e che Meloni senta il bisogno di giustificarsi per le politiche del suo governo, come se le critiche che gli vengono rivolte avessero qualche fondamento.

A me è sembrata esagerata l’importanza attribuita alla mancata partecipazione di Elly Schlein alla manifestazione, come se con la sua presenza la segretaria del Pd avesse conferito al governo e alla maggioranza di destra una sorta di legittimazione ancor  più auspicata di quella conferita e confermata dall’elettorato. Sarebbe stato meglio che l’opinione pubblica avesse ricevuto un messaggio diverso: è stata Elly, non Giorgia, a perdere l’occasione di fare politica (e questa sembra una convinzione condivisa da una buona parte dell’opinione pubblica). È l’opposizione che deve giustificare le sue critiche, non è il governo a dover replicare come se dovesse difendersi, con il tono della ritorsione, dando prova dei residui di un complesso di inferiorità di fronte al pontificare della sinistra, che propina le proprie idee come se fossero le certezze dei Testimoni di Geova.

Bisogna imparare a rispondere nel merito quando – pochi minuti dopo l’intemerata di Giorgia – Schlein e Conte si sono precipitati a rilanciare il reddito di cittadinanza e a rivendicare non una maggiore tutela della retribuzione del lavoratori (che la delega presentata dal governo assume in proprio) ma un salario minimo che può essere tale solo se corrisponde a 9 euro l’ora. Ci sono argomenti più solidi per spiegare la posizione del governo a proposito di questi temi che non l’insistenza con cui si accusa la Cgil e Landini di sottoscrivere contratti che prevedono 5,5 euro l’ora. Questa è polemica di bassa cucina che pone il governo sullo stesso livello delle opposizioni quando raccontano in giro di una società che esiste solo nei loro incubi. Prima di tutto perché un contratto non si giudica solo con riguardo alle tabelle salariali; ma soprattutto perché l’aver aderito a quel contratto è stato un atto di responsabilità dei sindacati, in un settore (quello della vigilanza) in cui da anni non veniva rinnovato il contratto di lavoro.

Il rifiuto della firma avrebbe salvato la faccia ai sindacati, ma abbandonato a se stessi i lavoratori. Anzi quella vicenda è un ulteriore argomento a  sostegno dell’inopportunità di un salario minimo come proposto dalle opposizioni, perché non può essere lo Stato ad interporsi nei rapporti tra i protagonisti delle relazioni industriali che operano in una logica di mercato. Un’altra frecciata che Meloni poteva risparmiarsi  è quella riservata – implicitamente – a Chiara Ferragni. Una leader che si misura con i governanti di grandi Paesi, non perde il suo tempo con una influencer il cui unico merito è quello di essere carina. Anche le ultime battute mi sono sembrate infelici, perché hanno evocato – come succede ai leader della destra – l’esistenza di complotti ai suoi danni. Ciò che, fino ad ora è stato “tramato” contro Giorgia è una carezza rispetto alla guerra dei trent’anni contro Silvio Berlusconi. Non c’è la necessità di annunciare che le opposizioni (e chi altro?) non si libereranno di lei. Schlein e Conte ne sono consapevoli.

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