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Il primo dei cinque giorni di viaggio africano di Antony Blinken è stato, almeno dal punto di vista calcistico/scaramantico, un disastro. Appena arrivato ad Abidjan, in Costa d’Avorio, è andato allo stadio (Made in China) per assistere, con tanto di maglia personalizzata dei Les Éléphants, alla sfida di Coppa d’Africa tra la nazionale di casa e quella della Guinea Equatoriale: doveva essere una gara i discesa, gli ivoriani hanno una tradizione calcistica più densa (ha vinto la coppa nel 1992 e nel 2015), e però gli ospiti hanno vinto 4-0. Una debacle, con la Costa d’Avorio che ha esonerato l’allenatore ancora prima di salvarsi col ripescaggio agli Ottavi di finale come migliore terza. Come la squadra nazionale che l’ha ospitato, Blinken sta cercando di rovesciare la situazione, riflette Ishaan Tharoor sul Washington Post.

“Siamo qui per una ragione molto semplice, perché il futuro dell’America e dell’Africa, i loro popoli, la loro prosperità, sono collegati e uniti come mai prima d’ora”, dice Blinken salutando la Costa d’Avorio alla volta della Nigeria. Il messaggio del segretario è simile a quello che forniscono altri Stati al continente africano. Per esempio è quello contenuto nel Piano Mattei, il programma strategico che il governo Meloni presenterà lunedì prossimo durante la conferenza Italia-Africa ospitata al Senato. È anche simile a quello che offre l’Unione Europea con le sue iniziative (come gli investimenti del Global Gateway) e altri singoli paesi Ue oltre Roma, come la Francia. È anche simile alla narrazione cinese.

Quando sette anni fa a Davos il leader cinese, Xi Jinping, diceva che avrebbe portato a bordo del treno dello sviluppo cinese tutti i Paesi che sarebbero voluti salire, parlava apertamente all’Africa, alle sue ambizioni e alle sue proiezioni. Discorso simile a quello usato quest’anno: anche se la delegazione cinese al forum svizzero ha tenuto un atteggiamento più low profile, parte degli inviti al business continuano a riguardare la cooperazione in ambienti terzi, e quello africano resta tra i privilegiati (ad osservare la Cina a Davos abbiamo dedicato l’edizione di “Indo Pacifico Salad” di questa settimana).

Wang Yi, il ministro degli Esteri cinese e capo della diplomazia del Partito/Stato, ha continuato la tradizione di dedicare all’Africa la prima visita di Stato dell’anno, anticipando simbolicamente Blinken (era in Costa d’Avorio la settimana scorsa). Per il Global Times, raffinata voce propagandistica del governo cinese, il viaggio (prolungato poi fino all’America Latina) dimostra l’attenzione di Pechino per il Global South. (Nota di forma e di sostanza: è interessante come ormai Pechino utilizzi il termine occidentale “Global South”, che invece da molti attori di quel Global South non è troppo amato).

Che la Cina tenga all’Africa è ormai chiaro. Si osserva anche in elementi laterali, come per esempio il pattern delle campagne di infowar AI-generated (che a proposito di Davos sono considerate dal World Economic Forum in cima alla lista delle minacce per il futuro a breve termine), che si capisce. Il valore che la Cina continua a dare alla propria capacità di creare investimenti nelle infrastrutture è elevato. Ed è quel genere di investimenti che ha caratterizzato l’ultimo decennio cinese in Africa, sostanzialmente abbinati alla diffusione della Belt & Road Initiative, spesso additati come produttori della cosiddetta “trappola del debito”.

Da qui: mentre l’Africa resta importante per la Cina, si iniziano a osservare da qualche anno dinamiche di sganciamento che aumentano la complessità del sistema. I Paesi africani sono ancora interessati a ciò che Pechino ha da offrire, ma allo stesso tempo tornano (o restano) ad ascoltare l’offerta occidentale. Percepiscono che la spinta con cui la Cina ha diffuso istanze anti-occidentali nel continente — intestandosi il ruolo di attore di riferimento di quei Paesi in via di sviluppo da una posizione di fratello maggiore contro il paternalismo occidentale — potrebbe aver funzionato. Ossia: l’atteggiamento di Usa e Ue sta cambiando. Lo stesso Piano Mattei, per quanto ancora non denso di contenuti, rappresenta almeno nella presentazioni una forma di approccio moderno, più attento alle istanze delle controparti africane.

Il Wall Street Journal nei giorni scorsi ha offerto uno spaccato funzionale delle complesse dinamiche in atto, raccontando come nel 2022 l’Angola (Paese che tra l’altro fa parte degli interessi prioritari dell’Italia in Africa) ha respinto un’offerta cinese per riabilitare e gestire il servizio merci lungo la linea di colloegamento chiamata “Lobito Corridor”. Luanda ha invece permesso una concessione di 30 anni a un consorzio europeo sostenuto dagli Stati Uniti, il quale promette di trasportare milioni di tonnellate di minerali per energia verde come rame, manganese e cobalto, dal Congo alla costa atlantica dell’Angola (sua una rotta simile, dal Sahel all’Atlantico, ci sono invece investimenti cinesi per le infrastrutture degli idrocarburi). Minerali che fanno parte delle terre rare, oggetto del desiderio globale e dunque parte delle competizione tra potenze.

Quella stessa competizione da cui gli africani vorrebbero sottrarsi — ma consapevoli delle difficoltà oggettive nel farlo, cercano di sfruttare al meglio le opportunità. E infatti i funzionari americani hanno cercato di descrivere il viaggio come qualcosa che riguardava opportunità reali per cooperazione e sviluppo, e non un tentativo per contenere o contrastare la Cina (o la Russia). L’amministrazione Biden vuole cambiare la narrazione sul ruolo nella continente, sottolineando altre priorità al di là del focus securitario (sull’insorgenza terroristica sempre più diffusa) e sulla gara tra potenze. “Siamo davvero bravi nell’assistenza alla sicurezza e siamo davvero bravi a inseguire i terroristi, ma se trascuriamo la governance, lo sviluppo economico, fattori come il cambiamento climatico, non possiamo davvero arrivare a una soluzione duratura”, ha detto ai giornalisti Molly Phee, assistente segretario di Stato degli Stati Uniti per gli affari africani, prima della partenza di Blinken.

“Data la carenza di risorse naturali, tutte le principali potenze stanno intensificando la loro collaborazione con i Paesi africani e investendo in progetti di infrastrutture e connettività”, scrive Prithvi Gupta, dello Strategic Studies Programme dell’Orf, think tank indiano che segue con attenzione le dinamiche in Africa marcando anche un interesse di New Delhi. In effetti, mentre la Cina ha avuto il vantaggio di fare la prima mossa rispetto ai suoi avversari occidentali tramite la Belt and Road Initiative, anche Usa e Ue  hanno da tempo deciso di avviare iniziative di connettività nella regione. E l’India è attenta, cercando spazi, pensando soprattutto alla costo orientale africana affacciata nella Regione dell’Oceano Indiano (Ior, proiezione strategica prioritaria del Subcontinente). 

Il caso Angola è emblematico di come quegli spazi si stiano ricreando, sottolineato da analisti come Martjin Rasser, managing director di Dantenna, e rilanciato con orgoglio da future come Adam Forst, vicepresidente senior con delega al China and Transformational Exports Program della Export-Import Bank of the United States — che condividendo su LinkedIn la notizia del WSJ si dice “orgoglioso di servire in un team i cui successi sono poco celebrati”. Al di là caso specifico, il tema è l’opportunità creata anche perché, come analizza Africa Report, l’attività finanziaria cinese in Africa è diminuita di volume e ha cambiato struttura.

Gli accordi tra aziende stanno sostituendo il set di investimenti dedicati a centrali elettriche, ferrovie e porti sovvenzionati dallo stato. Contemporaneamente però, Pechino spinge anche per l’uso dello Yuan in Africa, secondo un obiettivo di de-dollarizzazione che trova sponda nella narrazione contro il dominio globale america/occidente-centrico. Ed è qui il punto: quella narrazione attecchisce, ma l’interesse per le opportunità dell’Occidente resta. È l’era del multi-allineamento.

Così Blinken in Africa marca stretto la Cina

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