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Ho incrociato per la prima volta il tema dello spionaggio cinese nei primi anni ottanta. Avevo chiesto un incontro ai colleghi della Divisione controspionaggio del Servizio, allora SISMI, per verificare se avessero elementi di riscontro. La struttura, di cui facevo parte, si occupava di sanzioni sull’export di tecnologie verso il patto di Varsavia nell’ambito dell’intesa informale fra i Paesi occidentali, denominata Co.Com. Lavoravamo a un’ipotesi di triangolazione verso l’URSS per il trasferimento di macchine utensili che vedeva coinvolte società cinesi e rumene. I colleghi, pur non avendo specifiche evidenze sulla vicenda, mi fornirono tuttavia un quadro sul modus operandi dello spionaggio cinese, raccontandomi di una loro esperienza di quei giorni.

Dei giovani studenti cinesi, separatamente ed in tempi diversi nel corso dell’anno, avevano passato molti giorni presso la Biblioteca Nazionale di via Castro Pretorio a Roma. Il loro interesse era rivolto ai testi di algebra, materiale non classificato, disponibile al pubblico. Consultati degli esperti scientifici, non era stato possibile capire la motivazione di questa attività.

I colleghi del controspionaggio avevano altre priorità in quel momento e la questione ritengo rimase insoluta.

A fine 1986, i media internazionali diedero notizia dell’avvenuta defezione e fuga di Yu Qiangsheng negli Stati Uniti.

Yu era il responsabile delle attività intelligence del MSS (Ministry of State Security) nel Nord America.

Queste notizie avevano portato alla ribalta quanto l’attività spionistica cinese fosse concreta e come si avvalesse anche una rete di agenti civili, non solo appartenenti alle strutture degli addetti militari. Le informazioni di Yu fecero saltare le coperture di un analista della Cia e di un diplomatico francese reclutati dai cinesi con il vecchio metodo della “honeypot”.

Fu la prima fonte a fornire alla comunità di intelligence degli Stati Uniti un’accettabile comprensione delle operazioni di Intelligence portate avanti dalla Cina.

Fui molto colpito da questa vicenda e ricordo in particolare il nome di copertura che gli americani attribuirono ad Yu: “PLANESMAN” , l’uomo responsabile di gestire l’equiplano che è lo strumento di controllo che regola l’altitudine e la profondità di un sottomarino in immersione.

Il dettagliato elenco riportato nel libro sui casi spionistici da parte di entità cinesi acclarati dagli USA negli ultimi anni sono chiaramente la prova che l’attività delle spie cinesi ha avuto un costante crescendo nel tempo.

Nei primi anni 2000 collaborai, nell’ambito di un’attività internazionale congiunta, con un collega inglese del MI6. Sinologo (parlava un perfetto mandarino), era stato poco prima in corsa per un incarico di vertice.

Allora il Servizio inglese aveva posto la Cina come una prioritaria frontiera. Poi con l’11 settembre e l’avvento del terrorismo jihadista, cambiò repentinamente tutto. Fu il partito degli arabisti a far carriera e lui e tutti i sinologi dell’MI6 batterono il passo.

Una volta gli feci cenno della vicenda della Biblioteca Nazionale a Roma. Al riguardo mi disse che in quegli anni anche loro avevano seguito tanti giovani studenti cinesi impegnati in ricerche presso biblioteche britanniche su materiale di libero accesso. Paragonò l’organizzazione intelligence cinese a quella di un formicaio. Milioni di formiche impegnate a raccogliere e a immagazzinare miliardi di frammenti di un puzzle talmente vasto da non riuscire a vederne il disegno.

[Un concetto richiamato da Teti con un interessante aneddoto sull’approccio dei ” mille granelli di sabbia”].

A monte, una minuziosa mandarina pianificazione pluridecennale e a valle, un impiego di risorse con numeri per noi inimmaginabili.

Nel caso specifico il mio collega inglese mi spiegò che probabilmente l’attività degli studenti a Roma era stata pianificata anni prima nell’ambito di uno dei tanti comitati di targeting e rappresentava una micro componente di un insieme di missioni in svariate città del mondo.

Il fattore tempo per Pechino è dilatato rispetto ai nostri parametri e questo li porta ad una prospettiva diversa nel vedere le cose e a una modalità assolutamente originale di raggiungere gli obiettivi prefissati, con una quantità di risorse umane impiegate assolutamente proporzionale alla popolazione.

La missione sottostante è raccogliere informazioni per ottenere know how su un tema prefissato.

L’uscita dell’Italia dalla “Nuova Via della Seta”, vista dall’Occidente come strumento primario di penetrazione informativa da parte dello spionaggio cinese, rievoca la prima Via della Seta, e, in particolare, una storia tutta italiana, quella della Repubblica di Venezia.

La Repubblica basava le sue strategie economiche e di difesa sul potere delle informazioni. In sostanza quasi tutti i membri del Governo della Serenissima avevano un background da spia. Alcuni in quanto agenti professionisti, chiamati dal popolo “spioni”, altri in quanto mercanti.

Le famiglie di mercanti veneziani, infatti, erano obbligate a tenere un diario durante i loro viaggi alla scoperta di nuovi mercati che, al rientro, doveva essere depositato in Cancelleria. Si comportavano, dunque, alla stregua di veri e propri 007 che raggiungevano luoghi remoti, talmente ignoti che sovente erano i primi a disegnarne le mappe, riportando nei loro scritti tutto ciò che apprendevano durante il viaggio. Uomini fuori dal comune che, con la naturale copertura della loro professione, il commercio, fornivano alla Serenissima preziosissime informazioni su luoghi, popoli e culture che potevano rappresentare minacce da cui difendersi o opportunità da sfruttare.

Oggi con la Cina, oggettiva minaccia, l’interrogativo è: come possiamo conoscerla e quindi capirne criticità e opportunità, senza interagire con essa? Isolare Pechino è la strada giusta per arginarne l’influenza? Al riguardo il richiamo alla massima di Sun Zu “conosci il tuo nemico” è d’obbligo e il professor Antonio Teti ha fornito il suo contributo.

La prima volta che incontrai lo spionaggio cinese. Scrive Manenti

Di Alberto Manenti

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