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Le recenti dichiarazioni di Donald Trump sull’Afghanistan hanno riacceso il dibattito sulla coesione atlantica, in un momento già teso per la Nato.
In un’intervista a Fox News, emittente prediletta dal pubblico conservatore americano, Trump ha minimizzato il ruolo degli alleati nella missione afghana. “Abbiamo mai avuto bisogno di loro?”, ha detto, aggiungendo che le truppe alleate “sono rimaste un po’ indietro, lontane dalle linee del fronte”. Parole calibrate per un elettorato domestico, quello repubblicano, che apprezza il nazionalismo e la critica all’impegno internazionale eccessivo.
Trump parla agli americani di destra, rafforzando l’immagine di un’America che non si fa carico da sola del mondo.
Ma la politica estera non si esaurisce nei talk show. Poco dopo, sulle agenzie di stampa internazionali, Trump ha parzialmente corretto il tiro, lodando i soldati britannici come “tra i più grandi guerrieri” e “molto coraggiosi”.
Un ritrattamento mirato alle cancellerie occidentali, per attenuare la bufera diplomatica. È il doppio binario della comunicazione trumpiana: assertiva per il consumo interno, più conciliante per i partner esteri.
Nel merito, due aspetti vanno chiariti. Primo: gli alleati Nato, italiani compresi, hanno fatto più che dignitosamente la loro parte. Per vent’anni, dal 2001 al 2021, l’Italia ha dispiegato migliaia di soldati, perdendo 54 vite in missioni di combattimento e stabilizzazione.
Contingenti da Regno Unito, Germania, Francia e altri hanno condiviso rischi e sacrifici, operando in teatri ostili come Helmand o Kandahar. Sminuire questo contributo è non solo ingiusto, ma storicamente inaccurato.
Secondo: senza gli Stati Uniti, nessun altro contingente avrebbe potuto operare in quel contesto. La logistica, l’intelligence, l’aviazione e il comando unificato erano in gran parte made in Usa.
L’Afghanistan è stato un’operazione Nato, ma con Washington come pilastro imprescindibile. Trump ha ragione nel sottolineare l’onere americano, ma sbaglia nel dipingere gli alleati come semplici spettatori.
Ecco perché le reazioni italiane sono state aspre e motivate. La premier Giorgia Meloni ha definito le parole di Trump “inaccettabili” e “mancanti di rispetto”, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato una risposta formale al Pentagono e al segretario Nato.
Hanno ragione: difendere l’onore dei caduti e il ruolo dell’Italia è doveroso. Ma c’è una lettura politica fondamentale da non trascurare. In questo momento, il governo italiano non vuole perdere contatto con le cancellerie europee, Berlino in primis.
La Germania, con la sua prudenza atlantica e l’impegno per una difesa Ue più autonoma, rappresenta un asse chiave per Roma. Seguire gli “eccessi” americani rischierebbe di isolare l’Italia in Europa, soprattutto con un Trump che flirta con l’isolazionismo. Meloni naviga con realismo: solida con Washington, ma ancorata a Bruxelles e Berlino.
Infine, un’amara verità che tutti dovremmo ammettere: dall’Afghanistan siamo usciti male, noi europei e gli americani. Il ritiro caotico del 2021, con la caduta di Kabul e il ritorno dei talebani, è stato un fallimento collettivo. Non solo logistico, ma strategico: vent’anni di sforzi per un esito che ha deluso le aspettative di democrazia e stabilità.
Meloni e Trump dovrebbero avere il coraggio di dirlo apertamente, senza scaricabarile. Solo riconoscendo gli errori si può rafforzare l’Alleanza, preparandola a sfide future come l’Ucraina o l’Indo-Pacifico.
In un mondo multipolare, la Nato resta vitale. Ma richiede onestà, non slogan. Trump lo sa, e forse lo userà per negoziare più burden-sharing. L’Italia, da alleato leale, deve spingere per un patto atlantico equilibrato, senza cedere a provocazioni.

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