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Il comportamento degli europei di fronte al rischio è variabile. Il gruppo “Vivere liberi o morire” considera il rischio di diventare schiavi sottomessi alla Russia di gran lunga peggiore della morte. Combatteranno per la loro libertà e sovranità, a qualunque costo. I primi tra loro sono gli ucraini, che lo stanno già facendo. Seguono a ruota gli Stati baltici di Estonia, Lettonia e Lituania, oltre a Finlandia e Polonia. Vedono la guerra – soprattutto se l’Ucraina perde – come una possibilità fin troppo probabile. E agiscono di conseguenza. La Finlandia, sempre ben preparata anche nei decenni di illusione post-1991, ha aumentato la sua preparazione militare e civile nel 2022. Estonia, Lettonia e Lituania stanno costruendo rinforzi al confine orientale. La Polonia sta raddoppiando le dimensioni del suo esercito. Tutti questi Paesi stanno aumentando la spesa per la difesa, ben oltre il parametro di riferimento della Nato del 2% del prodotto interno lordo. La Svezia li segue a ruota in termini di preparazione e consapevolezza, seguita da Danimarca e Norvegia.

All’altra estremità troviamo coloro che non combatteranno, qualunque cosa accada. Tra questi ci sono i free-rider (Irlanda) e i trough-feeder (Austria), oltre a coloro i cui leader, per motivi di opportunità o interesse personale, hanno deciso di stringere amicizia con il Cremlino. L’Ungheria ne è l’esempio principale. Sono collusi con la Russia e (nel caso dell’Ungheria) disturbano attivamente l’unità dell’alleanza.

La maggior parte dei Paesi europei si trova nel mezzo. Si presentano alle esercitazioni della Nato, come per esempio Steadfast Defender, attualmente in corso, la più grande esercitazione dell’alleanza dalla fine della Guerra Fredda. Aumentano la spesa per la difesa, anche se a malincuore, in ritardo e lentamente.

In caso di crisi, questa via di mezzo diventa destabilizzante. Immaginiamo, per esempio, una violenta provocazione russa contro gli Stati baltici o la Polonia. Un piccolo sconfinamento, forse, perpetrato da presunti volontari, accompagnato da attacchi informatici, intrusioni nello spazio aereo, sabotaggi e altre intimidazioni mirate.

Le vittime e i loro alleati la vedranno, giustamente, come una minaccia esistenziale. Una provocazione che deve essere affrontata con decisione e (per la Russia) con durezza, a tutti i costi. In caso contrario, deterrenza e difesa saranno inevitabilmente compromesse. Il prossimo attacco e quindi la sconfitta diventano inevitabili.

Ma gli altri Paesi europei non la vedranno in questo modo, soprattutto se storditi e intimoriti dalle minacce e dalle trovate russe. Inviteranno alla cautela, alla diplomazia e al dialogo. Perché rischiare la distruzione nucleare delle città europee per qualche campo nell’Europa orientale? Ma non saranno solo parole. Questi Paesi (per esempio la Germania o il Belgio) potrebbero impedire ai rinforzi diretti da Ovest a Est di utilizzare il loro sistema ferroviario, le loro strade o il loro spazio aereo. Non è un’ipotesi: la Germania lo ha fatto con l’Ucraina nel 2021.

Non molto tempo fa, uno scenario del genere sarebbe sembrato troppo losco e inverosimile da considerare. La Nato prevede un processo decisionale rapido e unito in caso di crisi. Ma il carburante che spinge la Nato è la forza di volontà americana. E questa, come gli ucraini stanno scoprendo a loro spese, è ora accesa solo a intermittenza. Così come l’ombrello nucleare americano è vitale per la deterrenza europea, la pressione americana è vitale per l’unità del continente. La credibilità degli Stati Uniti in Europa è stata gravemente pregiudicata dalle manovre del Congresso sul pacchetto per l’Ucraina. I risultati sono già visibili.

Il Regno Unito, dopo la Brexit, non è in grado di colmare il vuoto decisionale. La Francia, a causa delle idiosincrasie politiche e presidenziali, non gode di piena fiducia nell’Europa orientale. La Germania potrebbe in teoria svolgere questo ruolo, ma non presto e non facilmente. Rimangono le istituzioni europee, soprattutto la Commissione. Molto derisa in passato, è ora la migliore (anche se preoccupantemente esile) speranza di coordinare la difesa del continente. Non è ancora stato trovato un accordo sulla figura di un commissario europeo per la difesa – un omologo dell’Alto rappresentante per la politica estera – né tantomeno è stato assegnato l’incarico. Ma i problemi sono già affastellati, fumanti, sulla scrivania del prossimo arrivato.

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