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Che l’inflazione legislativa sia più pericolosa dell’inflazione economica, è risaputo da tempo immemorabile. “In corruptissima re publica plurimae leges”, denunciava alla sua maniera, secca e icastica, il grande storico romano Publio Cornelio Tacito (55-117 dopo Cristo). Cioè: quando lo Stato è molto corrotto la legalità viene meno e le leggi si moltiplicano. Sono trascorsi quasi 20 secoli dall’età di Tacito, ma la frase dell’intellettuale e politico latino è di quelle prive di scadenza. Oggi, quelle sue parole sono persino più attuali di ieri. Del resto, che cos’è, adesso, il Sistema Italia se non un’accumulazione di leggi su leggi, la cui sovrapposizione richiede altre leggi correttive che, a loro volta, andranno ulteriormente a complicare la vita ai cittadini e alle stesse istituzioni? Una spirale perversa che quasi sempre finisce per accrescere a oltranza il fatturato della corruzione, che già, in condizioni normali, è robusto di suo.

Né la cura contro le condotte estorsive praticate da parecchi detentori del potere può essere affidata solo ai responsabili dei controlli, dal momento che anche per questa tipologia di funzionari, vale il tweet primordiale di Tacito sulla proliferazione delle leggi: più ce ne sono (di controllori), più aumentano le occasioni che fanno dell’uomo un ladro. In soldoni: più stazioni di controllo, più pedaggi da pagare. E poi, come si domandava Decimo Giunio Giovenale (55-127 dopo Cristo), un altro big della letteratura latina, quis custodiet ipsos custodes? Tradotto: chi sorveglierà i sorveglianti stessi?

Insomma, non è facile trovare la resistenza più efficace contro la tenaglia tangentocrazia-cleptocrazia. Ovvio, se aumentasse il senso civico di governanti e governati, la questione morale si affloscerebbe di colpo come un sacco di patate. Ma, siccome questa riscossa morale non sembra una prospettiva a portata di sguardo, non è il caso di coltivare facili illusioni. Piuttosto, sorprende e sconcerta la strutturale indifferenza verso alcune più semplici soluzioni normative e legislative che potrebbero ridimensionare il giro della corruzione senza eccessivi costi (anzi con sicuri risparmi) per lo Stato e senza continui ricorsi a misure repressive.

Prendiamo ad esempio la questione dell’edilizia popolare. Non si contano le inchieste giudiziarie che, in molte città italiane, riguardano tuttora la costruzione e la gestione di abitazioni per le fasce più povere del Belpaese. Dai prezzi gonfiati alle frodi sui materiali, dalla speculazione sulle aree destinate ad ospitare le case popolari al pressing della malavita per l’assegnazione degli immobili, dai costi di manutenzione degli appartamenti alla lista degli addetti alle riparazioni: le spese a carico della collettività per venire incontro a un’esigenza di solidarietà spesso toccano cifre stellari, ma nell’insoddisfazione generale. Anche perché le zone di edilizia popolare quasi mai si trovano nel cuore di una città.

Di solito le aree vengono individuate, sovente per calcoli speculativi, dove abbonda lo spazio, cioè a ridosso delle periferie urbane. Il che si traduce, a costruzioni ultimate, in ghettizzazione delle famiglie assegnatarie di case, in emarginazione dei loro ragazzi (con surplus di devianza minorile), in distacco ulteriore tra le classi sociali all’interno di un territorio. In una parola: in un degrado generale. Uno schiaffo plateale a quanti sinceramente si battono per l’integrazione urbanistica tra quartieri d’élite e quartieri di massa. E, si sa, una felice integrazione urbanistica rappresenta il miglior disincentivo ai piani di reclutamento che persegue la criminalità organizzata che, non a caso, fa campagna acquisti nei rioni più degradati.

Ci sarebbe una via d’uscita, sia per calmierare il giro d’affari della corruzione, sia per rendere più democratiche l’urbanistica e l’edilizia residenziale, sia per rispettare sul piano etico-civile i bisognosi di un alloggio, sia per stroncare sul nascere ogni proposito di natura speculativa nella ricerca dei posti ad hoc per gli edifici, sia per risparmiare i compensi elargiti agli amministratori degli enti per le abitazioni popolari. La via d’uscita non richiede doti speciali, ma solo un minimo di buon senso.

Gli uffici pubblici dei Comuni, ma il discorso può essere fatto anche a livello regionale, conoscono situazioni e nomi di coloro che hanno necessità di un tetto per vivere decorosamente. Una volta compilata la graduatoria dei bisognosi, lo Stato, attraverso i Comuni, non dovrebbe fare altro che accreditare una somma, da lui stabilita, sul conto corrente degli aventi diritto all’alloggio, lasciando liberi quest’ultimi di scegliersi l’appartamento e la zona cittadina in cui risiedere. Sarebbe una risposta, questa, di grande civiltà, all’emergenza abitativa, per più di un motivo.

Uno, rimborsare a ogni famiglia in difficoltà il fitto da lei pagato per la casa, vuol dire eliminare sul nascere tutte le tentazioni corruttive ed estorsive che di solito accompagnano questo genere di operazioni. Due, riconoscere ad ogni assegnatario il diritto di scegliere dove abitare, significa risolvere alla radice il problema dell’integrazione sociale di un’area urbana. Tre, affidare a ogni famiglia la scelta di casa e zona dove risiedere significa evitare di consumare altro suolo, perché gli alloggi invenduti e sfitti sono ancora abbondanti in molte città italiane. Quattro, concedere un bonus-casa ai più indigenti significa venire incontro alle loro vere esigenze comunitarie, significa, ad esempio, assecondare indirettamente il loro desiderio di vivere in un quartiere dove già abitano i propri familiari e amici.

Perché spendere una montagna di quattrini per le costruzioni di caseggiati popolari quando con gli stessi soldi si potrebbe risolvere l’emergenza abitativa, togliendo risorse finanziarie e tentazioni tangentizie ad amministratori e caporioni vari? Perché non concedere anche a chi si trova sui gradini più bassi della scala sociale l’opportunità di essere libero di scegliere? Perché ritardare l’osmosi delle città e il rammendo tra i quartieri, che possono essere assicurati soltanto da una capillare spalmatura dei gruppi sociali?

Come si vede, non sarebbero modesti i benefìci che un solido bonus-casa per le fasce più deboli apporterebbe alle casse pubbliche, alla dignità umana e alla moralità generale.

Sì, perché la corruzione si combatte o delegiferando o legiferando per eliminare in concreto le occasioni e le tentazioni del malaffare. Il resto è chiacchiera, propaganda, ipocrisia. In barba alla legalità.

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