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La conferenza stampa con cui Donald Trump ha rivendicato la cattura di Nicolás Maduro rappresenta uno dei momenti più espliciti e politicamente densi del suo doppio mandato da presidente in materia di uso della forza. Trump ha definito l’operazione come qualcosa che non si vedeva dalla “Seconda guerra mondiale”, inserendola deliberatamente in una genealogia di azioni militari ad alto impatto simbolico, accostandola all’uccisione del generale iraniano Qassem Suleimaninello stesso giorno, nel 2020 – e ai bombardamenti contro il programma nucleare iraniano della scorsa estate. Il riferimento non è casuale: serve a collocare l’azione su Caracas in una linea di continuità con operazioni di deterrenza diretta, personalizzata, non mediata.

Trump ha confermato che Maduro e sua moglie sono stati catturati durante la notte e trasferiti fuori dal Paese, rivendicando la superiorità tecnologica e operativa delle forze statunitensi, arrivando a sostenere che Washington sia stata in grado di “spegnere le luci di Caracas” grazie a una non meglio precisata expertise. Del leader del regime venezuelano, pochi minuti prima di parlare al mondo, aveva pubblicato una foto su Truth mentre era in manette all’interno della USS Iwo Jima – piattaforma anfibia che dai Caraibi ha probabilmente fatto da base avanzata per il team della Delta Force che è intervenuto a Caracas.

Parlando dal suo buen retiro di Mar-a-Lago, in cui era stata organizzata la SCIF per evitare che il Commander in Chief rientrasse nella Situation Room, Trump ha insistito sul fatto che non vi siano state vittime tra i soldati americani, elemento centrale della sua narrazione di forza efficace, rapida e asimmetrica, e soprattutto rivendibile ai suoi elettori.

Il passaggio politicamente più rilevante della conferenza riguarda però il post-blitz. Trump ha affermato che gli Stati Uniti “governeranno” il Venezuela fino a quando non sarà completata una “adeguata transizione”, introducendo un’ipotesi di controllo temporaneo che va ben oltre la cattura di un singolo leader. Ha accompagnato questa affermazione con la minaccia esplicita di una “seconda ondata” di attacchi, più pesante della prima, qualora il processo di transizione non dovesse avviarsi. È un linguaggio che non lascia spazio a fraintendimenti e che colloca l’azione in una logica di coercizione prolungata.

Trump ha inoltre ricondotto l’operazione a una versione aggiornata della Dottrina Monroe, sostenendo che l’attacco abbia reso “l’emisfero occidentale un posto molto più sicuro”. È una rivendicazione di supremazia regionale formulata senza filtri multilaterali, il framework è quello che ormai viene definito “Donroe Doctrine”. Gli Usa assumono apertamente il controllo strategico dello spazio latinoamericano come interesse vitale degli Stati Uniti. Rimane tuttavia irrisolta la contraddizione di fondo: come esercitare un’influenza di governo senza un’invasione formale, in un paese dove gli apparati del regime, pur decapitati, restano operativi – e la rivendicazione in questo senso è arrivata a poche ore dal blitz americano, con il ministro della Difesa Vladimir Padrino López che ha parlato alla popolazione e giurato lotta fino alla morte.

La dimensione giuridico-strategica: enforcement e sovranità

Se la conferenza stampa di Trump chiarisce l’intenzione politica e la postura strategica assunta da Washington, è la cornice giuridica esplicitata dalla Attorney General Pam Bondi a fornire la chiave di lettura operativa dell’azione – metodo per rafforzare le basi costituzionali dello scacco venezuelano. È uno degli elementi più rilevanti e al tempo stesso dibattuti della mossa contro Maduro. Bondi riconfigura l’operazione non come un intervento militare tradizionale, ma come un atto di enforcement penale su scala strategica. Il riferimento diretto all’incriminazione di Maduro per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, importazione di cocaina e possesso di armi e ordigni militari presso il distretto federale di New York e a un processo “sul suolo americano, nei tribunali americani” sposta il baricentro dell’azione dal piano della politica estera a quello della giustizia penale federale. In questo schema, l’uso della forza armata viene presentato come strumento funzionale all’applicazione della legge, non come fine in sé.

Questa impostazione completa la linea tracciata mesi prima dal segretario di Stato Marco Rubio, che a luglio aveva negato a Maduro lo status di presidente legittimo e lo aveva qualificato come capo del “Cartello de los Soles”, definito organizzazione di narco-terrorismo. La sequenza è coerente: delegittimazione politica, criminalizzazione personale e designazione terroristica convergono in un’unica architettura che consente di aggirare il tema delle immunità sovrane e di trattare un capo di Stato come un leader criminale transnazionale.

Il punto critico, tuttavia, resta la natura stessa del Cartello de los Soles. A differenza dei cartelli classici, si tratta di una rete frammentata e più informale che coinvolge i settori militari e politici operativi nel narcotraffico, priva di una struttura centralizzata chiaramente dimostrabile. L’amministrazione statunitense assume consapevolmente questa ambiguità e la trasforma in una costruzione giuridica funzionale: una realtà criminale diffusa viene ricondotta a un soggetto unitario, rendendo possibile l’azione penale e militare. Il diritto, in questo caso, non si limita a descrivere la realtà, ma la organizza strategicamente.

Una frattura sistemica

Ora, in attesa delle prossime evoluzioni, la domanda cruciale sembra essere se quanto accaduto vada letto come un episodio isolato, oppure (piuttosto e più probabilmente) come una frattura nel sistema implicito che ha regolato per anni l’uso della forza occidentale. Gli Stati Uniti sembrano aver superato una soglia in cui la coercizione non viene più mascherata da proceduralismo multilaterale e la sovranità non è più protetta dal solo linguaggio giuridico. L’azione contro Maduro segnala una ricalibrazione della deterrenza, fallita nella prima porzione (quella applicata la pressione selettiva e gli attacchi mirati contro alcune imbarcazioni dei narcotrafficanti). Atti diretti di decapitazione politica e simbolica sono l’elemento fondamentale di questa nuova dimostrazione della forza, accennata già con Soleimani e ora alzata di livello con la cattura di Maduro.

Sul piano strutturale, emerge il superamento di un ordine in cui regimi illegittimi e reti criminali hanno imparato a usare il diritto internazionale come scudo. Non è un ritorno all’intervento automatico, ma una distinzione più netta tra sovranità legittima e potere predatorio. In controluce, si intravede la crisi di un paradigma globalista che secondo la visione trumpiana ha trasformato le regole in strumenti di impunità. La giornata di oggi segna un’accelerazione nel corso della storia.

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