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L’aumento generalizzato dei prezzi del petrolio causato dal deflagrare della crisi nel Golfo Persico ha avuto, tra i suoi vari effetti, anche quello di fornire una preziosa boccata di ossigeno all’erario statale della Federazione Russa. In seguito all’inizio delle ostilità tra Washington, Tel Aviv e Tehran, il prezzo dell’Urals (il principale blend di greggio prodotto in Russia) è pressoché raddoppiato nel giro di pochi giorni, passando da 56 a 125 dollari al barile, portando ad un consistente aumento di introiti per Mosca, che secondo alcune stime ammonterebbe a circa 150 milioni di dollari al giorno. Ma la situazione, secondo quanto ammesso dallo stesso presidente russo Vladimir Putin, è strettamente legata al particolare contesto geopolitico, e non è destinata a durare a lungo. Probabilmente non abbastanza per risanare dei conti pubblici che potrebbero versare in una situazione ancora peggiore di quella che appare dall’esterno.

In un’intervista rilasciata al Financial Times, il capo dell’intelligence militare svedese Thomas Nilsson ha affermato che per colmare il deficit di bilancio del Cremlino il prezzo dell’Urals dovrebbe rimanere sopra i 100 dollari al barile per un anno, mentre per “appianare gli altri problemi economici” sarebbe necessario che il valore rimanesse nello stesso range per molto più tempo. Un’eventualità che difficilmente si andrà a realizzare, considerando che il solo avvio dei negoziati nelle scorse settimane ha riportato il prezzo del greggio russo sotto i 100 dollari al barile, suggerendo che il raggiungimento di un accordo stabile porterebbe a un ulteriore ribasso nei prezzi dell’Urals.

Non uno sviluppo particolarmente positivo per un sistema economico che in questo momento è completamente asservito allo sforzo bellico, “certamente non un modello di crescita sostenibile”, come suggerisce Nilson, specificando che il produrre materiale bellico che poi viene distrutto sul campo di battaglia non rappresenta una crescita strutturale, nonostante sul piano formale sia proprio il settore della difesa a trainare la “crescita” di Mosca, a scapito del settore civile che invece sta pagando a caro prezzo le conseguenze del conflitto in Ucraina. Portando un risultato veramente negativo, non ben rappresentato dai dati pubblici.

A rendere ancora più fragile questo quadro contribuisce il sospetto, nutrito proprio dai servizi segreti svedesi, che la realtà sia persino peggiore di quanto i dati ufficiali lascino trasparire. Secondo Nilsson, Mosca starebbe sistematicamente manipolando le statistiche economiche per convincere gli alleati occidentali dell’Ucraina che la Federazione regge senza difficoltà al peso combinato delle spese belliche e delle sanzioni. Ma persino i numeri che il Cremlino sceglie di rendere pubblici raccontano una storia difficile: Putin stesso ha ammesso una contrazione del PIL dell’1,8% nei primi due mesi dell’anno, con arretramenti in settori strategici come la produzione industriale e l’edilizia. A confermare la pressione crescente è arrivata anche la governatrice della banca centrale Elvira Nabiullina, secondo cui le condizioni esterne stanno peggiorando «in modo quasi costante», sia sul fronte delle esportazioni che delle importazioni.

Non stupisce dunque che secondo il vertice dell’intelligence militare di Stoccolma “L’economia russa possa andare incontro solo a uno di due scenari: un declino a lungo termine o uno shock. In entrambi i casi, continuerà la sua discesa verso un disastro finanziario”.

Proprio per questo la Svezia insiste sull’approvazione del pacchetto di sanzioni europee attualmente in fase di stallo e alla più generale intensificazione del sostegno all’Ucraina per sfruttare ulteriormente le debolezze della Russia. “L’Europa non sta ancora facendo tutto il possibile per danneggiare l’economia russa. E penso che dobbiamo essere disposti a pagare un prezzo. Per noi stessi”, ha dichiarato in un’altra intervista al Ft il ministro degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard. E con l’uscita di scena del filorusso leader ungherese Viktor Orbán, forse il momento potrebbe essere quello giusto.

Numeri finti, problemi reali. L'intelligence svedese svela il bluff economico di Putin

L’aumento dei prezzi causato dalla crisi del Golfo ha offerto a Mosca una tregua, ma non la salvezza. E per i servizi segreti svedesi l’economia russa è diretta verso il baratro, con dati pubblici truccati e conti reali probabilmente peggiori di quanto ammesso

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