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Una trattativa tra il governo di Pechino e quello de l’Avana per lo stabilimento di una base d’addestramento congiunta in territorio cubano sarebbe già arrivata alle fasi avanzate della discussione. A rivelarlo è un’inchiesta del Wall Street Journal, sulla base di dichiarazioni rilasciate in forma anonima da un rappresentante di alto rango dell’amministrazione presidenziale.

Amministrazione che sembra stia cercando di scoraggiare entrambe le parti coinvolte (e in particolare quella Cubana, su cui Washington dispone certamente un maggior ascendente) dal firmare un simile accordo, considerato come dannoso per gli interessi degli Stati Uniti, e possibile vettore di conseguenze indesiderate anche per Cuba e la Repubblica Popolare.

Il tema delle attività cinesi in territorio cubano era già stato sollevato, qualche giorno prima della pubblicazione dell’articolo sul WSJ, dal Segretario di Stato Anthony Blinken. Blinken si trovava in  visita diplomatica a Pechino, dove ha svolto incontri ufficiali con vari rappresentanti dell’establishment comunista, compreso il presidente Xi Jinping.

In una dichiarazione rilasciata ai media martedì 20 Giugno, Blinken sembra alludere alla questione.
“É un aspetto che monitoreremo molto, molto da vicino, e siamo stati molto chiari al riguardo,” è stata la risposta del segretario di stato alle domande dei reporter sulle presunte collaborazioni sino-cubane “e proteggeremo la nostra patria, proteggeremo i nostri interessi.”

Il tema della collaborazione tra l’isola caraibica e la Repubblica Popolare non è nuovo alle cronache di queste settimane. Pochi giorni prima della pubblicazione dell’inchiesta sulla costruzione di una base militare congiunta, lo stesso Wall Street Journal aveva già lanciato un allarme tutt’altro che trascurabile, relativo all’esistenza di una struttura di spionaggio cinese locata sul territorio dell’isola caraibica. Allarme confermato dalla stessa amministrazione statunitense tramite un suo rappresentante, che ha rivelato come per molti anni la Repubblica Popolare abbia portato avanti operazioni di spionaggio nei confronti degli Stati Uniti da un’installazione sita proprio a Cuba, installazione che è stata ulteriormente potenziata nel 2019.

La creazione di una base militare capace di ospitare le Forze Armate di Pechino non sarebbe dunque un fulmine a ciel sereno. E neanche un caso isolato. Il rappresentante governativo interpellato dal Wall Street Journal ha definito la nuova struttura come parte di un più ampio framework denominato Progetto 141: con questo nome, si indica il tentativo cinese di creare, entro il 2030, un network globale capace di sopportare lo sforzo logistico e militare necessario all’incremento della proiezione di potere cinese nel globo terracqueo. La base già operativa a Gibuti rappresenterebbe un tassello di questo più vasto network.

Un progetto parallelo e perpendicolare a quello della Belt and Road Initiative, con cui Xi vuole espandere la presenza economica e politica della Repubblica Popolare nel continente eurasiatico (e non solo). La doppia offensiva strategico-economica causa sempre maggiori preoccupazioni a Washington, portando ad un accrescimento delle tensioni tra le due grandi superpotenze mondiali. E la creazione di una base militare a Cuba, capace di evocare i fantasmi del 1962, sarebbe un boccone molto amaro da digerire per il governo statunitense. Soprattutto con la campagna elettorale alle porte.

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Di Lorenzo Piccioli

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