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Al Consolato Generale d’Italia di New York, su iniziativa del Console Generale Fabrizio Di Michele, è stato proiettato il film documentario Qui Nuova York. L’America raccontata agli italiani dalla televisione, di Marco Giudici e Andrea Salvadore, per la regia di Andrea Salvadore. È un adattamento di 90 minuti di una produzione che è andata in onda sui canali Rai all’estero.

A ispirare il lavoro la convinzione che tutto quello che gli italiani, dal secondo dopoguerra, hanno saputo e visto dell’America, lo ha raccontato loro la televisione, e segnatamente la televisione pubblica. Un assunto che porta riconoscere e confermare alla Rai un ruolo storico nella cultura italiana.

Il documentario – due puntate nella versione long size – si apre con un viaggio nelle corrispondenze d’epoca più memorabili di Ruggero Orlando e Carlo Mazzarella, per approdare a un omaggio a tutti i giornalisti del servizio pubblico – corrispondenti, inviati, commentatori, cronisti – che hanno partecipato alla grande impresa collettiva di informare l’Italia da oltre oceano.

L’ampia introduzione e le molte annotazioni di Aldo Grasso – ripreso per l’occasione nel chiostro dell’Università Cattolica, a Milano – fanno da corredo critico ai servizi giornalistici di repertorio, conferendo uno straordinario valore aggiunto alle ricerche d’archivio.

Nella sede di Park Avenue, dopo il video messaggio della presidente Rai Marinella Soldi, e la visione del docu-film, è seguito un dibattito con gli autori e il capo dell’ufficio di corrispondenza Rai, Claudio Pagliara.

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L’introduzione di Aldo Grasso al docu-film di Marco Giudici e Andrea Salvadore

Al presidente della Rai Pietro Quaroni (in carica dal 1964 al 1969), che aveva fatto una brillante carriera diplomatica, è attribuita questa frase: i corrispondenti dall’estero della Rai non devono essere soltanto dei bravi giornalisti ma anche dei rappresentanti del nostro Paese, degli ambasciatori della cultura italiana. Pensava agli uffici di corrispondenza di New York, di Londra, di Parigi, di Bonn.

Il suo modello di “rappresentante” era Ruggero Orlando, il primo corrispondente della Rai da New York, dove rimase dal 1954 al 1972, dalla presidenza Eisenhower a quella di Nixon.

Tutto ciò che vi è di più fantastico a New York è quel che vi è di più materiale – i suoi edifici, i suoi scambi, i suoi prodotti, le sue luci – e di più energetico – le sue attività che non conoscono requie. È l’eccesso di realtà di New York che ha la potenza ribollente ed eccessiva del sogno. E quel sogno bisognava raccontarlo.

Dal suo osservatorio privilegiato, Ruggero Orlando ha saputo rivelarsi attentissimo lettore e narratore della cultura d’oltreoceano, riuscendo ad avvicinare alcune tra le figure di maggiore spicco e fama della realtà americana di quegli anni (Henry Kissinger, Martin Luther King, Lyndon Johnson, Neil Armstrong, Marylin Monroe, Frank Sinatra) e a proporle ai telespettatori italiani con naturalezza e spigliatezza, con uno stile originale e personalissimo.

Per il telespettatore italiano, il corrispondente da New York era una sorta di guida per scoprire l’America, non solo quindi un esperto di politica internazionale con buone entrature sul posto, ma un profondo conoscitore degli usi e dei costumi di quel lontano Paese.

In fondo, fatte le debite proporzioni, la televisione riproponeva quel mito dell’America che solo vent’anni prima aveva incantato una generazione di scrittori che intravedevano nella letteratura americana un nuovo modo di vivere, oltre che un nuovo modo di esprimersi.

Come ha scritto Cesare Pavese: «A questo punto la cultura americana divenne per noi qualcosa di molto serio e prezioso, divenne una sorta di grande laboratorio dove con altra libertà ed altri mezzi si perseguiva lo stesso compito di creare un gusto, uno stile, un mondo moderno».

Ecco, le immagini che da New York arrivavano sugli schermi dei primi fortunati possessori di un televisore parlavano soprattutto di modernità, dell’innovazione permanente, della continua creazione del nuovo.

Come ha raccontato Ruggero Orlando: «L’ufficio newyorkese della Rai era una specie di attrazione turistica per chiunque arrivasse dall’Italia. Mi veniva a trovare gente umile, cantanti, deputati, ministri. Per la visita di uomini di governo italiani arrivavano gli inviati speciali, i corrispondenti permanenti come me avevano però poco timore di questi concorrenti che si intendevano molto dei gusti personali del politico, ma poco dei problemi da toccare in America».

I corrispondenti Rai da New York, dal 1954 ad oggi, formano una robusta schiera: attraverso i loro servizi è possibile ricostruire una parte interessante della storia dell’America, ma soprattutto l’evoluzione dei modi di raccontare quell’America: tanti punti di vista, tante tessere di un mosaico senza fine.

Anche attraverso la televisione l’America è diventata per l’Italia un modello di confronto ed esempio, un’occasione non solo di conoscenza ma anche di libertà in un territorio che sembra il teatro dell’umanità, dove ogni storia ha rappresentazione.

Documentario, dice la Treccani, significa “raccolta di documenti”. E con riferimento all’audiovisivo, il termine indica un “film, di lunghezza variabile (…) senza l’aggiunta di elementi inventivi o fantastici”.

Quello che segue vuol essere dunque un documentario in senso proprio, non sul racconto dell’America agli italiani, ma esso stesso il racconto dell’America agli italiani. Gli autori sono i corrispondenti, loro hanno scritto questo libro per immagini. Vederli, ascoltarli è come entrare nella storia, seguendo il corso degli avvenimenti.

Qui Nuova York. L'America dei corrispondenti Rai nel docu-film di Giudici e Salvadore

Al consolato generale d’Italia a New York è stato presentato il documentario “Qui Nuova York. L’America raccontata agli italiani dalla televisione” di Marco Giudici e Andrea Salvadore. Come ricordava Ruggero Orlando, primo corrispondente Rai dal 1954 al 1972, “l’ufficio Rai era una specie di attrazione turistica per chiunque arrivasse dall’Italia. Mi veniva a trovare gente umile, cantanti, deputati, ministri”. Su Formiche.net pubblichiamo l’introduzione di Aldo Grasso

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