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Trent’anni fa, nel 1993, il mondo globale entrava senza averne particolare consapevolezza in un’era nuova, poggiata sulla solidità dei mattoni caduti qualche anno prima dai muri di Berlino e dai Paesi comunisti del Patto di Varsavia. Senza sentire il bisogno di procedere a nuovi patti tra Stati egemoni come accadde a Yalta, gli Usa si facevano garanti della nuova pax aurea, affermando una sorta di monopolarismo planetario, a fronte dello squagliamento dell’Urss e di una Cina ancora acerba della grandeur che sarebbe cresciuta in modo esponenziale fino ai giorni nostri.

L’improvvisa e rapida scomparsa del “nemico” dopo decenni di guerra fredda, generò sulle prime euforie, ma anche spaesamenti e sensazioni di horror vacui. È vero che s’affacciava alla leadership americana Bill Clinton, un “sessantottino” che emblematicamente avrebbe rappresentato l’arrivo al potere delle utopie coltivate dalla generazione dei figli dei fiori; è vero che esplodeva quello che sarebbe diventato il fenomeno culturale, economico, politico, neurologico, finanziario (e metteteci dentro tutto quel che vi pare tanto ci sta) del millennio, e parlo di Internet, che è vivo e lotta sempre più gagliardamente accanto a noi; è vero che quello sembrò il tempo del trionfo della ragionevolezza e del nuovo umanesimo, con la fine dell’apartheid in Sud Africa e il Nobel a Mandela; ma, appena lasciato il palcoscenico mondiale (americano) e tornati nelle periferie dell’impero avremmo fatto i conti con gli effetti “collaterali” della improvvisa caduta dei muri.

Così l’Italia, che aveva tratto un’immensa rendita di posizione dalla geografia: ultimo baluardo prima dell’impero del male che si faceva cominciare dai confini del Friuli Venezia Giulia, oltre i quali c’era la Jugoslavia di Tito, quel privilegio non l’aveva più. In altre parole l’Italia, occidentale, democratica e membro della Nato, aveva potuto permettersi Enrico Mattei e una politica estera dialogante col mondo arabo e con l’Unione Sovietica, in linea di perfetta continuità da Moro, ad Andreotti, a Craxi.

Quella rendita era finita e così si veniva a sconvolgere anche l’usuale dialettica politica interna che vedeva sparire il babau del comunismo e la ragione dei suoi antagonisti. Il 1993 fu l’anno dell’Hotel Raphael e delle monetine a Craxi, del referendum di Segni per abbattere il sistema proporzionale e dell’avvento del maggioritario, con una legge elettorale nuova che il politologo Sartori chiamò Mattarellum, aggiungendo al nome del relatore un “um” da azzeccagarbugli per esprimere sarcasticamente il suo sprezzo.

Da allora, ignorando il senso urticante del “latinorum”, tutti gli autori di nuove leggi elettorali hanno fatto a gara per veder appiccicato l’um al proprio rimarchevole prodotto.  Quell’anno fu anche l’esplosione di Tangentopoli e della trucidazione di un’intera classe politica per via giudiziaria per far posto alla Seconda Repubblica.

A Sanremo una castissima Laura Pausini, appena diciottenne cantava i suoi amori virginali con una canzone dal titolo “La Solitudine”. E vinceva il festival. Dopo trent’anni alla Casa Bianca c’è un sessantottino di quattro anni più vecchio di Clinton, e dunque siamo a 81 anni, l’America non è più l’egemone e si dovrà decidere – con una certa sollecitudine, please – a sedersi attorno ad un tavolo con la Cina per fare una nuova Yalta. L’Europa, che pure nel 1993 rendeva esecutivo il trattato di Maastricht con cui nasceva l’unione, non ci sarà ancora a quel tavolo, mentre sulle ceneri dell’Urss si agitano i fuochi fatui e purtroppo mortiferi della Russia di Putin.

Gli smartphone hanno preso il potere dei nostri occhi e della nostra mente e il metaverso ormai sarà il nostro destino globale. Noi italiani siamo allegramente scivolati nella Terza Repubblica, con la prima presidente del Consiglio donna e per di più della Destra storica e non berlusconiana, e la prima segretaria della sinistra storica italiana donna anch’essa. Siamo nella Terza Repubblica e l’unica cosa uguale alla Prima resta Laura Pausini a Sanremo.

 

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Noi italiani siamo allegramente scivolati nella Terza Repubblica, con la prima presidente del Consiglio donna e per di più della Destra storica e non berlusconiana, e la prima segretaria della sinistra storica italiana donna anch’essa. Siamo nella Terza Repubblica e l’unica cosa uguale alla Prima resta Laura Pausini a Sanremo… La rubrica di Pino Pisicchio

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