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Il suo punto di osservazione è diverso rispetto a quello di Romano Prodi. Specie sul ruolo che gli Stati Uniti stanno esercitando negli equilibri geopolitici scaturiti dal conflitto in Ucraina. Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington del Corriere della Sera e fresco di approdo in libreria con ‘Il mondo sospeso’ (Solferino), è convinto che gli Usa “stanno cercando di non dividere l’Europa perché sanno che ci sono diverse linee di pensiero negli Stati”.

Prodi, nella sua intervista al Corriere, ha detto che se “gli Usa dividono l’Europa, il governo dovrà assumere scelte drammatiche”. Lei ribalta la prospettiva. 

Sì, gli Usa si stanno muovendo in Europa con la consapevolezza delle diverse sensibilità che ci sono tra i vari stati. C’è una parte di Paesi europei (dalla Polonia ai Baltici) che sostengono la linea dura: con Putin non si può trattare. Per alcuni è come fosse la reincarnazione di Hitler. Dunque l’unica via è quella della sconfitta militare. In altri Paesi, seppur sotto traccia, rimane viva un’impostazione differente: la strada del negoziato.

Quale prevarrà?

Difficile a dirsi. Ed è proprio per questo che gli Stati Uniti non hanno avanzato alcuna ipotesi di negoziato. È difficilmente prevedibile una reazione della Polonia, dell’Ucraina stessa. Oltre che di una parte dell’opinione pubblica americana.

Queste differenze di postura verso il conflitto in Europa rappresentano in qualche modo una forma di debolezza. 

Diciamo che l’Europa, come ho scritto nel libro, non ha più fiducia nella sua capacità di difendersi da sola. Molti Paesi, tra cui Polonia, Grecia e Romania, hanno delegato alla Nato il tema della difesa comune. C’è già, dunque, una divisione nei fatti su questo tema. Tra l’altro, già a partire dalla presidenza Obama (poi con Trump), gli Stati Uniti hanno cercato di convincere gli europei a fare maggiori investimenti sul versante della sicurezza.

Una “moral suasion” che non ha sortito gli effetti sperati. Come se lo spiega?

I player europei, Francia e Germania in testa, non sono riusciti (o meglio, non hanno voluto) fare investimenti sul versante della sicurezza, preferendo destinare risorse per alimentare lo sviluppo economico e produttivo.

Un errore strategico?

Un errore strategico con il senno del poi. Ma questo “modello” per vent’anni ha funzionato. Anche perché, prima dell’invasione dell’Ucraina, probabilmente non si aveva contezza della reale pericolosità di Putin.

L’Italia, in tutto questo, che ruolo gioca?

Il nostro Paese ha prima di tutto un grosso problema di opinione pubblica. I dati ci dicono che metà della popolazione italiana è contraria all’invio delle armi a Kiev. E questo è in parte il frutto di una chiusura dell’Italia in un’illusoria comfort zone.

Il Governo, di contro, ha una linea chiara e coerente. 

Meloni ha assunto una posizione di continuità con Draghi e questo è positivo. L’Italia in questo senso si è allineata alla Nato e al punto di sintesi: garantire la resistenza all’Ucraina. Il vulnus della politica è rappresentato dal non essersi interrogata sul motivo per il quale l’opinione pubblica è così divisa.

Cosa si aspetta dai contatti tra Joe Biden e Giorgia Meloni?

Una promessa di sostanziale continuità sulla linea assunta dal Governo e la garanzia che le boutade di Berlusconi e le uscite di Salvini (o di qualcuno dei suoi), non condizionano in alcun modo l’orientamento dell’Esecutivo.

Come vede il ruolo della Cina, anche a fronte della proposta di negoziato che è stata avanzata?

Sono convinto che la Cina non si impegnerà a fare pressing su Mosca. Gli Usa hanno rinunciato a pensare che Pechino possa esercitare qualche ruolo in questo senso. Il punto ora è capire se la Cina stia fornendo o meno (anche sottobanco) armi e materiali per permettere a Putin di continuare la guerra.

La diplomazia vaticana si sta muovendo?

Si è mossa sotto traccia senz’altro, e di queste operazioni rimane traccia negli accordi per sbloccare le esportazioni di grano e cereali. Ma il problema è che attualmente non penso ci siano canali aperti con Mosca. Putin non comunica più neanche con Erdogan a quanto pare.

Perché ha intitolato il libro “Il mondo sospeso”?

Mi pare che rappresenti bene lo stato d’animo in cui ci troviamo. Stiamo vivendo in una fase convulsa, piena di interrogativi a cui è difficile fornire risposte. La guerra non si sa ancora quanto possa durare ed è sempre più arduo azzardare previsioni. Siamo, insomma, “sospesi”.

La Cina non media, gli Usa non forzano. E il mondo resta sospeso, parola di Sarcina

Il corrispondente del Corriere è convinto che “gli Usa si stanno muovendo in Europa con la consapevolezza delle diverse sensibilità che ci sono tra i vari Stati sul conflitto in Ucraina”. Mentre Pechino “non si impegnerà a fare pressing su Mosca. Il punto ora è capire se stia fornendo o meno (anche sottobanco) armi e materiali per permettere a Putin di continuare la guerra”

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