Skip to main content

Donald Trump e il suo Secretary of Commerce Scott Bessent hanno espresso apertura all’attivazione di misure di sostegno della valuta e della liquidità emiratina, inclusa la creazione di una linea di swap valutario, qualora formalmente richieste. Nonostante le smentite ufficiali, sarebbe stato lo stesso governatore della Banca Centrale emiratina (Cbuae) a paventare l’ipotesi durante incontri ufficiali a Washington delle scorse settimane, segnalando la possibilità di ricorrere alla denominazione delle esportazioni petrolifere in yuan cinesi (Rmb) o in valute alternative, qualora il protrarsi del blocco dello Stretto di Hormuz o il rinnovarsi degli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche continuassero a comprimere le entrate in valuta estera. Per comprendere il reale significato dell’operazione negoziale effettuata dagli UAE, occorre analizzare il rischio effettivo a cui il paradigma del “petrodollaro” è esposto dall’attuale crisi in Medio Oriente.

La nascita del paradigma del “petrodollaro” risale all’accordo informale del 1974 tra Stati Uniti e Arabia Saudita. In cambio di forniture militari e garanzie securitarie, Riyadh si impegnava a prezzare le proprie esportazioni petrolifere in dollari, reinvestendo il surplus in asset denominati in dollari. L’accordo, cui vennero presto cooptate le altre monarchie del Golfo, ha permesso di consolidare il ruolo del dollaro come valuta del commercio globale. Inoltre, esso ha garantito una fonte stabile di domanda per i titoli del Tesoro statunitensi, con le monarchie del Golfo che si affermarono come la principale fonte di nuovi flussi di credito verso gli US, sostenendone la stabilizzazione macroeconomica.

Il petroldollaro oggi

Il surplus dei Paesi del Golfo è stato progressivamente riallocato verso asset alternativi ai titoli del Tesoro US. Oggi, ad esempio, gran parte del surplus saudita è gestito dal Saudi Arabia’s Public Investment Fund e destinato soprattutto a investimenti domestici e megaprogetti, con analoghe strategie di diversificazione del portafoglio condivisa dagli altri fondi sovrani del Golfo. Tuttavia, l’importanza della denominazione in dollari delle transazioni energetiche per l’egemonia del dollaro come valuta di scambio e di riserva globale è rimasta inalterata. Tale primato è sotto pressione a causa di una serie di dinamiche legate all’erosione dei pilastri del paradigma del “petrodollaro”. In questo contesto, alcune conseguenze dell’operazione Epic Fury rischiano di accentuare tali tendenze, intersecandosi con gli sforzi della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) volti a ridurre la dipendenza dal dollaro e mitigare l’esposizione a strumenti di coercizione geoeconomica statunitense.

Un fattore strutturale di indebolimento del “petroldollaro” è rappresentato dalla netta riduzione delle importazioni energetiche americane dal Golfo, conseguente allo sviluppo della fratturazione idraulica (fracking). L’espansione della produzione domestica ha reso gli Stati Uniti esportatori netti di energia dal 2019. Oggi, circa l’80% dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz è diretto verso l’Asia, includendo una quota pari al 45-50% delle importazioni petrolifere della Rpc prima della crisi. Per tale ragione, Pechino ha intensificato gli sforzi per promuovere meccanismi di regolamento alternativi al dollaro e rafforzare l’integrazione finanziaria con i Paesi del Golfo. Ciò include la promozione del Cips come infrastruttura di pagamento in Rmb alternativa allo Swift americano e l’incentivazione della denominazione in yuan delle importazioni energetiche dal Golfo.

La diversificazione strategica dei Paesi del Golfo

A partire dal primo mandato Trump, le monarchie del Golfo si sono mostrate disposte a differenziare le proprie forme di partenariato strategico, promuovendo una riduzione dell’esposizione al dollaro e un rafforzamento dell’integrazione economica e finanziaria con la Rpc. La Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti (Cbuae) figura tra i partner fondatori del progetto mBridge della Bank for International Settlements (Bis), volto a utilizzare le valute digitali delle banche centrali partecipanti per regolamenti transfrontalieri al di fuori della rete Swift. Tuttavia, il disimpegno della Bis nel 2024 rischia di favorirne un’evoluzione a trazione cinese. L’Arabia Saudita ha aderito al progetto nello stesso anno. Già nel 2023, la Banca Centrale Saudita aveva sottoscritto un accordo di swap valutario con la Banca Popolare Cinese (Pboc) per il valore di 50 miliardi di yuan (6,93 miliardi di dollari), seguita pochi giorni dopo dal rinnovo dell’accordo di swap tra la Pboc e la Cbuae.

Tale strategia è determinata dalla progressiva erosione dei due pilastri del paradigma del “petrodollaro”. Infatti, non solo si sono ridotti gli scambi energetici tra paesi del Golfo, ma si è anche indebolita la credibilità della garanzia securitaria statunitense, a partire dalla risposta americana percepita come insufficiente agli attacchi contro infrastrutture energetiche saudite del 2019. Il via libera di Trump agli attacchi contro l’Iran senza previo coordinamento con gli alleati e nonostante la nota vulnerabilità delle infrastrutture energetiche regionali a potenziali ritorsioni iraniane, ha confermato le preoccupazioni dei Paesi del Golfo, già acuite dal raid israeliano in Qatar del settembre 2025.

Il blocco di Hormuz aumenta le minacce al “petrodollaro”

In tale contesto, il paradigma del “petroldollaro” è stato ulteriormente messo sotto pressione dalla minaccia iraniana di introdurre un sistema di pedaggio in yuan per il transito nello Stretto di Hormuz. Teheran appare consapevole del potenziale impatto che la paralisi del commercio petrolifero internazionale in dollari e l’aumento delle transazioni denominate in yuan possono avere sul ruolo internazionale del dollaro. Tali dinamiche contribuiscono inoltre a chiarire ulteriori aspetti della logica alla base del blocco navale globale imposto dagli US alle petrolifere attive nel commercio di greggio iraniano.

Sebbene tali minacce evidenzino crescenti pressioni sul paradigma del petroldollaro, nel contesto attuale non configurano di per sé un rischio sistemico per la posizione del dollaro come valuta dominante nel commercio globale, alla luce della profondità, ampiezza e liquidità dei mercati finanziari statunitensi e dell’apertura del conto capitale. Tuttavia, gli Uae sono consapevoli che un’eventuale generalizzazione della denominazione in yuan alle transazioni commerciali dei Paesi del Golfo costituirebbe un reale rischio per il ruolo internazionale del dollaro. Un’erosione significativa del ruolo del dollaro nella regolazione delle transazioni energetiche dal Golfo potrebbe contribuire a una riduzione del suo ruolo egemonico e aprire le porte a un “multipolarismo valutario” nel commercio globale, con implicazioni sulla capacità degli Stati Uniti di esercitare leve di coercizione geoeconomica. Proprio la consapevolezza di questo rischio ha ampliato il margine di manovra negoziale dei Paesi del Golfo nei confronti degli US, configurando una vulnerabilità geoeconomica aggiuntiva per Washington. Per tale motivo gli Uae, nonostante le grandi riserve di valuta estera a disposizione, hanno scelto di usare la crescente connettività finanziaria in Rmb come strumento di coercizione economica e statecraft finanziario contro gli Stati Uniti, ottenendo concessioni dall’amministrazione Trump.

Hormuz e crisi del petrodollaro. Il ricatto dello yuan

Di Filippo Fabbri

La crisi in Medio Oriente e il blocco di Hormuz stanno ridefinendo gli equilibri monetari globali. Tanto che l’apertura all’utilizzo dello yuan per le transazioni petrolifere conferisce agli Emirati arabi uniti una leva negoziale con gli Stati Uniti e mette sotto ulteriore pressione il petrodollaro. L’analisi di Filippo Fabbri di geopolitica.info

Da Google a Nvidia, tutti gli accordi del Pentagono con i colossi dell'AI

Dopo la rottura con Anthropic e dopo essersi assicurato già la collaborazione di Open AI, Google e Space X, il Pentagono imbarca anche Amazon, Microsoft, Nvidia e l’emergente Reflection, per modernizzare e velocizzare la propria capacità di intervento

La sicurezza come architettura della libertà, oltre la demagogia della paura. Pagani legge Gabrielli

Di Alberto Pagani

Il libro di Gabrielli e Bonini disturba perché propone qualcosa di molto faticoso. Non una filosofia alternativa della sicurezza, ma un metodo. Recensione, analisi e commento di Alberto Pagani di “Contro la paura” (Feltrinelli). Perché la prevenzione invisibile e la competenza umana sono gli unici veri antidoti al declino democratico

camaldoli

Senza i cattolici non c’è il Centro. La versione di Merlo

Il centro politico italiano, storicamente legato al cattolicesimo democratico e all’esperienza della Dc, si è progressivamente indebolito fino quasi a scomparire. La sua crisi ha favorito la polarizzazione. In vista del 2027, può rinascere solo recuperando quella tradizione politica. La lettura di Giorgio Merlo

Cosa serve davvero al mercato del lavoro. Scrive Becchetti

Quanto sarebbe bello, invece di sentire soltanto i soliti discorsi e buona musica, anche un gesto concreto che indica una direzione di acquisto responsabile e crea una nuova tendenza sui mercati. E convince i cittadini che se ci coordiniamo e ci organizziamo siamo una forza straordinaria che può cambiare dal basso le cose. Sì perché non solo la storia, come ci ricorda De Gregori in una bellissima canzone, ma anche il mercato siamo noi. La riflessione di Leonardo Becchetti

Cultural Luxury, il mercato del lusso ha bisogno di nuove frontiere. Scrive Monti

Il lusso cresce grazie all’aumento dei super-ricchi e alla spinta della globalizzazione digitale, ma rischia di perdere esclusività tra prezzi in salita e maggiore concorrenza. Sempre più centrale diventa la dimensione esperienziale e culturale, ambito in cui l’Italia può giocare un ruolo strategico globale. L’opinione di Stefano Monti

L’incubo iraniano del terrorismo tecnologico

Dalla radiografia dei punti ciechi che finora impediscono agli Stati Uniti di piegare il regime iraniano, incubatore del terrorismo islamico internazionale, scaturisce il diagramma ancora incompleto di quanto e come sta evolvendo l’utilizzo bellico dell’Intelligenza Artificiale. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Le nuove rivelazioni su MKUltra, il programma di controllo mentale della Cia

Per molti anni Bluebird, Artichoke e, successivamente, MK-Ultra, sono stati definiti aberrazioni, ma quasi necessarie, inevitabili alla luce delle tecniche impiegate dal nemico comunista in quegli anni ovvero il famoso lavaggio del cervello che si affermava nordcoreani, cinesi e sovietici operassero sui prigionieri di guerra Usa. La documentazione oggi disponibile ci racconta una storia diversa. L’analisi di Niccolò Petrelli

IA e ricerca biomedica, la svolta è iniziata

Due annunci dagli Stati Uniti ridisegnano il rapporto tra intelligenza artificiale e sviluppo dei farmaci. Opportunità concrete, ma anche nodi di policy ancora irrisolti

Perché è il Tap la via di uscita alla crisi di Hormuz. Parla l'amb. Amirbayov

Il raddoppio? “Possibile, rafforzando la sicurezza energetica, riducendo la vulnerabilità agli shock esterni”. La crisi a Hormuz? “Azerbaigian e Italia sono ancora più unite” . L’Italia? “Non solo un mercato di consumo, ma anche uno dei principali snodi energetici tra l’Europa e il Mediterraneo”. Conversazione con Elchin Amirbayov, Rappresentante del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian per gli Incarichi Speciali a pochi giorni dalla visita di Meloni a Baku

×

Iscriviti alla newsletter