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Il Quantum è passato da tecnologia di nicchia a priorità strategica per governi e industrie. Tra sicurezza, difesa e trasferimento tecnologico, l’Italia può contare su una filiera scientifica e industriale già matura. Tommaso Occhipinti, amministratore delegato di QTI – Quantum Telecommunications Italy, azienda leader nelle comunicazioni quantistiche controllata da Telsy, centro di competenza in cybersecurity di Tim Enterprise, ha dialogato con Airpress sullo stato dell’arte del settore quantistico in Italia e in Europa, sulle applicazioni già disponibili e sulle prospettive di governance futura del settore.

Negli ultimi anni il Quantum è diventato una priorità strategica. Che cosa è cambiato davvero e perché questo settore è oggi rilevante per l’Italia?

Il cambiamento principale è tecnologico. Parliamo di tecnologie ad altissimo valore aggiunto che, fino a pochi anni fa, erano ancora troppo immature per pensare a un utilizzo industriale. Oggi non è più così. Alcune applicazioni sono ancora in fase di studio o prototipazione, ma altre sono già pronte per il mercato. Dal punto di vista industriale, questo è un passaggio decisivo: se esistono prodotti impiegabili, allora il settore diventa concreto. L’Italia, inoltre, arriva a questo momento forte di trent’anni di lavoro nella ricerca scientifica e applicata. I risultati sono evidenti: paper, proof of concept e realizzazioni che collocano il Paese tra i primi dieci al mondo. A questo si aggiunge un contesto internazionale che ha accelerato l’interesse sulle tecnologie quantistiche, in particolare per i temi legati alla sicurezza informatica.

Quali sono oggi le principali famiglie di tecnologie quantistiche e a che punto sono sul mercato?

In modo semplificato, possiamo distinguere tre grandi ambiti: il Quantum computing, le comunicazioni quantistiche e il Quantum sensing. Sono aree che condividono alcune basi scientifiche, ma hanno livelli di maturità diversi. Le comunicazioni quantistiche, in particolare la Quantum key distribution (QKD), sono già una tecnologia pronta all’uso. Non si tratta dunque di un esercizio teorico, ma di soluzioni già impiegabili su reti reali. Il Quantum sensing è estremamente promettente, soprattutto per la difesa, ma nel complesso è leggermente meno maturo dal punto di vista della readiness di mercato rispetto alla QKD.

Il tema della sicurezza sembra centrale. Perché il Quantum è così rilevante in questo ambito?

Il contesto geopolitico degli ultimi anni ha reso evidente che la sicurezza informatica è un asset strategico. Gli attacchi cyber sono ormai considerati paragonabili ad attacchi militari veri e propri. In questo scenario, le tecnologie quantistiche offrono soluzioni radicalmente nuove. La Quantum security, e in particolare la QKD, consente di garantire un livello di sicurezza dimostrabile matematicamente, valido oggi e anche in futuro, indipendentemente dall’arrivo del computer quantistico. È una sicurezza “future-proof”, ed è uno dei motivi per cui queste tecnologie sono diventate centrali per governi, difesa e infrastrutture critiche.

Sul fronte della difesa, quali applicazioni quantistiche sono più rilevanti oggi?

Nel settore della difesa il Quantum sensing è estremamente interessante. Pensiamo a giroscopi e magnetometri quantistici per applicazioni sottomarine o satellitari: sono strumenti che possono fare la differenza in termini di rilevamento e navigazione. Accanto a questo, esistono applicazioni già operative nel sensing in fibra ottica sottomarina, che permettono di monitorare vibrazioni, fenomeni naturali o potenziali minacce. L’evoluzione quantistica di queste tecnologie consente di aumentarne sensibilità ed efficacia senza dover stravolgere le infrastrutture esistenti.

QTI nasce come spin-off del mondo della ricerca. Qual è stato il punto di svolta che ha trasformato la ricerca in impresa?

QTI nasce come spin-off del Cnr, in particolare dell’Istituto nazionale di ottica di Firenze. Il punto di svolta è stato riconoscere che la tecnologia era pronta per uscire dal laboratorio. Non è stata una decisione improvvisata: c’è stata una valutazione interna che ha certificato la maturità della QKD e la possibilità di industrializzarla. A quel punto, però, entra in gioco un altro fattore cruciale: le risorse. Le tecnologie quantistiche richiedono investimenti importanti. Per questo abbiamo scelto fin da subito un modello di co-sviluppo con un partner industriale, evitando l’idea della “start-up da garage”. L’ingresso in Telsy e nel Gruppo TIM, ad esempio, ha rappresentato un passaggio fondamentale, perché ha portato capitale, competenze industriali, capacità di mercato e credibilità istituzionale.

Quanto conta il fattore umano in un settore così avanzato dal punto di vista tecnologico?

Conta in modo decisivo. La tecnologia non esiste senza le persone. QTI è anche un esempio positivo di rientro dei cervelli: uno dei fondatori ha maturato un’esperienza internazionale di altissimo livello nel Nord Europa ed è tornato in Italia grazie a programmi europei di eccellenza. Inoltre, nel Quantum serve una figura capace di unire competenza tecnica profonda e capacità di comunicazione. Bisogna saper spiegare concetti estremamente complessi in modo chiaro, soprattutto quando ci si confronta con decisori industriali o istituzionali. Il rapporto umano, lo scambio diretto, la fiducia sono elementi insostituibili, tanto più quando si parla di sicurezza.

Guardando all’Europa, quali lezioni si possono trarre dall’esperienza dell’intelligenza artificiale?

Sull’IA l’Europa ha perso terreno, anche a causa della frammentazione. Nel Quantum, però, la situazione è diversa. L’Europa è ancora in una posizione di forza, soprattutto nelle comunicazioni quantistiche e nella sicurezza. C’è una consapevolezza diffusa, anche a livello istituzionale, degli errori commessi in passato. Programmi come EuroQci dimostrano che una cooperazione europea strutturata è possibile e funziona: prima si sperimenta, poi si collegano le reti tra Stati, infine si implementano servizi e applicazioni. È un modello virtuoso che andrebbe rafforzato. Un altro elemento chiave è la standardizzazione. Senza standard comuni non esistono reti interoperabili. L’Europa ha istituzioni storiche molto forti in questo ambito e può giocare un ruolo decisivo anche per il Quantum.

E sull’Italia? Che ruolo può avere un Polo nazionale del Quantum?

La prospettiva di un Polo nazionale del Quantum è estremamente positiva e arriva nel momento giusto. L’esperienza del Polo nazionale della subacquea dimostra che questo modello funziona, soprattutto quando integra ricerca, startup, Pmi e grandi gruppi industriali. Il Quantum è ancora in una fase iniziale e proprio per questo è fondamentale non limitarsi ai grandi player. Coinvolgere le realtà più piccole e innovative significa valorizzare il trasferimento tecnologico e creare un ecosistema dinamico. Se il Polo saprà fare sintesi tra ricerca e industria, potrà diventare uno strumento strategico per la sicurezza, la competitività e la crescita del Paese.

Un’ultima cosa: il Quantum riguarda solo la difesa e grandi infrastrutture?

No. Le applicazioni strategiche sono fondamentali, ma le tecnologie quantistiche, che sono per loro natura dual use, avranno ricadute anche per il mondo civile. La sicurezza delle comunicazioni interessa l’intero sistema Paese. Oggi si parte dalle infrastrutture critiche e dalle grandi organizzazioni, ma con l’evoluzione tecnologica l’obiettivo è estendere questi livelli di sicurezza anche alle imprese più piccole e, in prospettiva, ai cittadini.

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