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Da un lato, dice a Formiche.net il prof. Stefano Ceccanti, c’è chi vuole costruire in continuità, dall’altro chi si presta ad un’operazione di vassallaggio a Putin nel gioco della disgregazione dell’Unione Europea. Presenta così, il parlamentare del Pd e docente ordinario di diritto pubblico comparato, le elezioni che si terranno in settembre spiegando in dettaglio cosa comporta per il percorso riformatore il cosiddetto limite degli affari correnti.

I limiti degli affari correnti come si conciliano con l’urgenza richiamata dal Capo dello Stato di andare avanti?

Il problema non è un giuridico, ma politico. Questo è il nodo perché con gli affari correnti si può fare quasi tutto, come dimostra anche la circolare fatta ieri. Ma questa è un’altra questione. Il nodo fondamentale è l’aspetto politico, perché due dei principali strumenti possono avere problemi. Il decreto legge può avere problemi in sede di conversione perché il governo non può mettere la fiducia. Quindi, se tutti si mettono a presentare emendamenti in varie direzioni, è difficile riuscire a sopravvivere a maggioranze anche trasversali. E le deleghe relative devono essere approvate dal Consiglio dei ministri. Per cui se c’è tensione tra i ministri ci sono ritardi. Cioè si può fare quasi tutto in termini giuridici, ma il problema è se la politica lo consente.

Quindi tecnicamente le riforme si possono anche fare a Camere sciolte, ma occorre una regia politica. La vede possibile realisticamente?

Non lo so. Non a caso il presidente della Repubblica ha fatto un appello alle forze politiche a non eccedere negli scontri per garantire questo. Perché, appunto, non è che uno scrive la circolare e sono garantiti i risultati, ma dipende evidentemente dal contesto politico.

Il Pnrr rischia quindi rallentamenti o, peggio, dei pericolosi stop?

Il rischio c’è, il Pnrr passa per la maggior parte dalle deleghe relative. Questo richiede che in Consiglio dei ministri ci sia un’atmosfera tale da poter varare gli schemi di decreti legislativi. È uno strumento più semplice rispetto ai decreti, perché lì basta in qualche modo l’accordo del Consiglio dei ministri. Poi i pareri del Parlamento non sono vincolanti, però ci potrebbero essere problemi in caso di scontro.

Anche negli altri Paesi c’è questa normativa o ci sono dei sistemi più semplici?

Negli altri Paesi, al di là della tecnica, il governo dura per una legislatura e quindi anche quando si arriva allo scioglimento, pur anticipato, c’è sempre una maggioranza in Parlamento. Qui il caso specifico italiano è che manca una maggioranza a sostegno del governo: qualcuno ha fatto il paragone con Ciampi nel ’93, mentre oggi abbiamo un problema politico, non giuridico.

Cosa comporta, in seno alla stesura della prossima legge finanziaria, un’elezione politica in settembre?

Garantisce che il governo entrante, che dovrebbe con questo ritmo essere pronto per novembre, sia in grado di fare una legge di bilancio che invece non avrebbe mai potuto fare il governo uscente.

Quindi è ipotizzabile che tendenzialmente i due staff degli schieramenti si mettano già al lavoro con una bozza?

No, la legge di bilancio la farà comunque sotto la sua responsabilità la maggioranza entrante. Non ci sono le condizioni politiche per le bozze. Saranno scritte dal governo che c’è ora.

Sarà sufficiente l’agenda Draghi al Pd per provare ad andare oltre l’alleanza con il Movimento Cinque Stelle?

Al di là dell’agenda Draghi, c’è stato un voto il 20 luglio scorso: da una parte c’è il sostegno al governo Draghi, dall’altra le forze politiche che hanno fatto un favore a Putin. C’è una netta discriminante, anche geopolitica internazionale, che si giocherà nell’elezione. Secondo me bisogna renderla chiara.

Quale il problema di immagine che si crea in questo momento per l’Italia nei confronti dei partners europei, consapevoli che la fetta più grande del Next Generation Eu tocca proprio all’Italia?

Non è un problema tecnico o economico: piuttosto alcune forze politiche hanno dato l’impressione di non essere solidali con l’europeismo e l’atlatantismo, bensì di essere più vicine a Putin che non alla solidarietà europea atlantica. C’è un problema ben più serio di questo.

L’uscita di scena di Draghi è un danno anche per le leadership attuali europee?

Sì, appunto, perché non c’è sicurezza che il prossimo esecutivo abbia una maggioranza che tenga la barra dritta sulle scelte europee atlantiche, a partire anche dal conflitto ucraino.

Come si ricostruisce un rapporto di fiducia con un elettorato che non riesce a comprendere il perché di una crisi?

Chiarendo che c’è chi vuole costruire in continuità al contrario, e speriamo che in qualche modo anche Draghi si renda spendibile per questo ruolo. E chi dall’altra parte si presta ad un’operazione di vassallaggio a Putin nel gioco della disgregazione dell’Unione Europea. Ma va esplicitato in maniera netta.

@FDepalo

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