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Se una cosa l’ha insegnata, il Covid, è la sua totale imprevedibilità. Per questa ragione e difficile fare previsioni sull’autunno che verrà, sebbene i dati sempre maggiori a disposizione del mondo medico-scientifico siano una risorsa in più per la lotta al virus che dal 2020 si è diffuso in tutto il mondo modificando abitudini, stili di vita, comportamenti individuali.
Piero Borgia
Piero Borgia

Un monitoraggio dei dati sui ricoveri arriva anche dalla Fiaso, la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, che ogni settimana pubblica un report relativo a 19 ospedali generalisti e quattro pediatrici. Formiche.net ha parlato dell’ultima elaborazione diffusa in questi giorni con Piero Borgia, epidemiologo già direttore scientifico dell’Agenzia di Sanità Pubblica della Regione Lazio.

Partiamo dai ricoveri: si può dire che, attualmente, sia “per” che “con” Covid siano stabili?

Dopo cinque settimane di progressivo calo dei ricoverati sia “per Covid” che “con Covid” (ovvero persone ricoverate per altri motivi ma positive al test per infezione con Sars-Cov-2) questa settimana si è osservata da alcune fonti dei dati una stabilizzazione e da altre fonti un leggero aumento. Questo non sorprende essendo molto netta l’impennata delle infezioni nella popolazione e, anche se l’attuale variante del virus provoca una bassissima percentuale di casi gravi, aumentando la quantità delle infezioni, è logico che aumenti anche se di poco il numero dei ricoverati.

Secondo i dati, le persone ricoverate sono principalmente vaccinate con il ciclo completo, ma nelle terapie intensive la percentuale è più limitata. Cosa significa questo dato? 

La protezione vaccinale è rispettivamente crescente verso: l’infezione, l’ospedalizzazione, la terapia intensiva. Le differenze rilevate costantemente nel tempo ad esempio dai dati Fiaso fra vaccinati e non vaccinati nei vari setting assistenziali lo dimostrano ormai con chiarezza.

Infatti in terapia intensiva troviamo percentuali di non vaccinati molto alte, intorno al 40%, mentre sono più basse nei reparti ordinari, circa il 15 – 20%. Chiaramente se il vaccino non avesse alcun effetto la percentuale dei non vaccinati fra i ricoverati dovrebbe rispecchiare quella della popolazione generale ovvero meno del 10%.

Ci si interroga molto sull’autunno e sul possibile richiamo del vaccino: si farà? E se sì, tutta la popolazione o solo i più fragili?

Sono molto restio ad azzardare previsioni sul futuro, avendo questa malattia dimostrato più volte l’imprevedibilità del suo comportamento. Non so cosa decideranno le nostre istituzioni riguardo al vaccino nel prossimo autunno e molto dipenderà dall’andamento della pandemia. Alcune certezze però ci sono e dovremmo tenerne conto. Due popolazioni sono ben distinte in termini di rischio: i giovani in buona salute e gli anziani polipatologici.

Può spiegarci più nel dettaglio? 

I primi corrono pochi rischi, sicuramente si infettano ma la stragrande maggioranza se la cava con pochi sintomi, per i secondi il problema è radicalmente diverso e vanno protetti con la massima attenzione. È necessario che gli anziani e soprattutto i fragili con quadri patologici complessi facciano tutti i richiami vaccinali nei tempi giusti (ricordando che la protezione del vaccino ha una sua decadenza dopo 4-5 mesi). Inoltre occorre considerare che la copertura con dosi adeguate di vaccino in questa popolazione diminuisce il livello di rischio, ma non lo azzera, per cui va protetta anche con interventi di prevenzione primaria (distanziamento, mascherina, isolamento da contatti in famiglia etc.).

A che punto sono gli aggiornamenti dei vaccini? Ormai le varianti di Omicron sono sempre di più…

La ricerca sui vaccini è in continua evoluzione. Si stanno predisponendo vaccini in grado di coprire meglio dei precedenti il ventaglio delle varianti che si presentano. Tuttavia l’estrema capacità di questo virus di produrre nuove varianti con caratteristiche che lo rendono più diffusivo, meno mortale e in grado di superare le barriere immunologiche prodotte dai suoi predecessori, ne fa un virus con forte probabilità di diventare endemico. Dobbiamo quindi aspettarci vaccini più efficaci degli attuali, che potranno far ulteriormente diminuire ricoveri e decessi, ma al momento appare improbabile la possibilità di disporre di un vaccino risolutivo che eradichi la malattia.

Cosa ci si può aspettare dall’autunno?

Confermo la mia resistenza a fare previsioni. Se riflettiamo sul recente passato occorre dire che l’autunno ha portato regolarmente una recrudescenza dell’epidemia. Attualmente, con un incremento estivo delle infezioni inconsueto rispetto agli anni scorsi, ma con una popolazione in gran parte vaccinata o già infettata e una variante nuova ultra contagiosa ma con aggressività inferiore, cosa ci aspettiamo? Difficile dirlo, il quadro è nuovo, gli elementi previsionali sono fragili, la prudenza è sempre un buon consiglio, anche se scontato e troppo generico.

Insomma, continuare con le precauzioni prese fino ad ora? 

Quello che posso dire è dichiarare il mio personale comportamento (che è la migliore rappresentazione di quello che penso che possa succedere). Io metterò la mascherina nei luoghi affollati e regolarmente in autobus, al cinema, in treno e in aereo. Farò tutti i vaccini disponibili e raccomandati nei tempi giusti, non frequenterò persone positive (familiari inclusi) fino alla negativizzazione del test. Se poi questo autunno ci porterà buone notizie il comportamento si evolverà.

Vaccini, ricoveri e precauzioni. A che punto è la pandemia secondo Borgia

Non è detto che in autunno ci sarà un nuovo richiamo del vaccino, ma è certo che la fascia di popolazione più debole deve continuare a essere protetta. Proprio grazie alla diffusione delle vaccinazioni, infatti, il virus si è fatto meno aggressivo e potrebbe diventare endemico. Conversazione con Piero Borgia, epidemiologo già direttore scientifico dell’Agenzia di Sanità Pubblica della Regione Lazio

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