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Al vertice di Madrid, la Nato si prepara ad affrontare il mutato scenario geopolitico, sempre più competitivo, ribadendo ulteriormente il proprio bagaglio di valori, confermato dall’ingresso di Svezia e Finlandia, e rafforzando l’architettura di difesa e deterrenza. Tutte queste trasformazioni richiederanno ulteriori sforzi dai Paesi membri, una sfida che dovrà essere raccolta anche dal nostro Paese. Questa la posizione di Luca Frusone, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato.

Con la Turchia che ha tolto il proprio veto, Svezia e Finlandia iniziano il loro percorso ufficiale di adesione alla Nato. Cosa cambierà?

L’ingresso della Finlandia e della Svezia è una buona notizia per tutta l’Alleanza, perché entrambi i Paesi concorreranno a rafforzare l’aspetto valoriale dell’Alleanza portando in dote la loro ricca storia di diritti civili. Al tempo stesso, rafforzeranno militarmente l’alleanza, avendo entrambe delle Forze armate moderne. Occorre però analizzare questa scelta anche al di fuori dell’Alleanza. Infatti, se da una parte questa scelta dà credibilità alla Nato, che viene vista come un baluardo a tutela della sovranità degli Stati membri, dall’altra vuol dire che l’equilibrio geopolitico che abbiamo conosciuto in questi decenni sta mutando. Se dei Paesi storicamente neutrali fanno un passo del genere, se la popolazione ha cambiato la percezione nei confronti non solo della Russia, ma di una parte di mondo, potremmo anche assistere al ritorno della contrapposizione a blocchi del passato, sebbene con notevoli differenze, dove peseranno fattori economici ed energetici e sparirà l’aspetto ideologico.

La Nato ha annunciato il rafforzamento delle forze militari alleate schierate lungo il fianco est, con le 300mila unità destinate alle Forze di reazione. Che impatti avrà questo nell’architettura di difesa e deterrenza dell’Alleanza?

Un numero così elevato di personale per le forze di reazione riporta l’Alleanza al suo principale compito di trent’anni fa. La Forward defence è uno strumento che rafforzerà il concetto di deterrenza, che a sua volta sarà l’aspetto principale della Nato nei prossimi anni. Tutto questo impatterà enormemente sui singoli Stati membri per gli sforzi che richiederà e perché accade nel momento in cui la Nato stava rivolgendo i propri sforzi verso tematiche nuove, come il cambiamento climatico. Questi temi non possono essere abbandonati, ma nemmeno possiamo perdere una capacità di deterrenza. Questo vorrà dire che dovremo aumentare per forza gli sforzi profusi. È come se, in questo periodo di trasformazione, oggi debbano coesistere la vecchia Nato della Guerra fredda e la nuova, quella della gestione e prevenzione delle crisi.

Che impatti avrà questo sul nostro Paese?

Per L’Italia questo cambia molte cose, perché negli anni si era specializzata e aveva ottenuto risultati importanti sui due core task dell’Alleanza, la gestione delle crisi e la sicurezza cooperativa, emersi dal concetto strategico del 2010. Avere una Nato concentrata principalmente sulla difesa collettiva potrebbe, in un certo senso, ridurre il valore dei nostri sforzi agli occhi degli altri membri. Per questo è importante sottolineare l’importanza anche delle attività di prevenzione dei conflitti e dei partenariati con altri paesi. Inoltre, per avere un gran numero di operativi utilizzabili nelle Forze di reazione, l’Italia dovrà affrontare il grande problema delle nostre Forze armate: l’età media elevata. Questo si potrà fare, a mio avviso, solo se si rivede il rapporto tra ferma prefissata e ferma permanente, e rivedendo il sistema del congedo in modo da avere un ricambio maggiore e abbassare l’età media.

Come commenta l’invito del segretario generale ad effettuare una transizione sostenibile delle forze militari della Nato, in modo da ridurre la dipendenza energetica dai regimi autoritari?

Dal mio punto di vista bisognerebbe andare oltre. l’Italia dovrebbe rivedere le filiere produttive essenziali e le fonti di approvvigionamento energetico – non solo quelle riguardanti regimi autoritari – per aumentare la propria resilienza. Cambiare solamente il Paese da cui compriamo il gas può funzionare temporaneamente, ma bisogna aumentare la produzione interna di energia. Senza, però, commettere passi falsi. Le rinnovabili sono un’ottima opportunità ma richiedono risorse minerarie che non abbiamo o che non trasformiamo.

Quindi, per parlare seriamente di transizione ecologica dovremmo costruire le filiere produttive che ci permettano di avere queste tecnologie. Altrimenti scambiamo una dipendenza diretta, come quella del gas, con una indiretta, rappresentata dai processi produttivi e dalle materie prime essenziali per le nuove tecnologie. Ancor prima di fare tutto questo, sarebbe ancora più utile capire quali sono i nostri consumi. La Nato, per esempio, sta lavorando a una metodologia unica per misurare i consumi e le emissioni del comparto militare. Anche le nostre Forze armate stanno lavorando in tal senso, ma si deve fare ancora di più. Non esiste una sola risposta al problema della dipendenza energetica, e non esiste una risposta che abbia solo dei lati positivi. È un problema molto complesso e la prima cosa che dobbiamo fare è evitare di dare risposte semplicistiche o ideologiche.

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