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Senza aiuto contro l’Iran, si interromperà il flusso di armi verso l’Ucraina. A paventare questa possibilità sarebbe stato il presidente statunitense Donald Trump, rivolgendosi agli altri Paesi membri della Nato, quando nelle scorse settimane aveva chiesto loro sostegno nello sforzo di garantire l’apertura dello stretto di Hormuz, chokepoint strategico da cui transitano non solo combustibili fossili ma anche beni dei più svariati generi, dai fertilizzanti ai prodotti alimentari.

Nello specifico, secondo le affermazioni di tre funzionari a conoscenza dei fatti riportate dal Financial Times, l’inquilino della Casa Bianca avrebbe condizionato al sostegno militare alle operazioni Usa in Medio Oriente da parte dei partner europei la sopravvivenza del Prioritised Ukraine Requirements List (Purl), meccanismo triangolare costituito all’interno del framework dell’Alleanza Atlantica attraverso il quale gli attori del Vecchio Continente comprano armi di produzione statunitense per poi fornirle direttamente a Kyiv. Un meccanismo stabilito proprio come risposta al cambio di approccio nei confronti della questione ucraina promosso da Trump in seguito al suo insediamento, per spingere i suoi alleati a impegnare maggiori risorse per una questione da lui ritenuta molto più rilevante per i Paesi europei che per gli Stati Uniti.

Ad oggi il Purl rappresenta uno dei principali canali attraverso cui l’Occidente continua a sostenere lo sforzo di Kyiv per respingere l’invasione lanciata da Mosca nel febbraio del 2022. E la sola minaccia di una sua interruzione ha spinto Mark Rutte a muoversi rapidamente con alcuni dei più grandi membri dell’Alleanza e non solo per mandare un segnale di apertura oltreoceano. Segnale che è arrivato lo scorso 19 marzo, quando Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Giappone e Canada hanno rilasciato un comunicato congiunto in cui condannavano la chiusura dello stretto da parte dell’Iran ed esprimevano la propria “nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto”, aggiungendo poi di accogliere “Con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria”.

“La dichiarazione è stata redatta in fretta, e altri Paesi si sono aggiunti in seguito poiché non c’era tempo sufficiente per invitare tutti a sottoscriverla immediatamente” riferiscono a Ft i funzionari a conoscenza della questione, specificando che Rutte abbia avuto diversi colloqui telefonici con Trump e con il segretario di Stato americano Marco Rubio nei due giorni precedenti la pubblicazione della dichiarazione congiunta.

Nel frattempo, arriva la notizia che oggi Londra ospiterà in forma virtuale una riunione di 35 Paesi (tra cui non ci saranno gli Stati Uniti) in cui si discuteranno alcune opzioni su come riaprire lo Stretto di Hormuz. In base alle informazioni disponibili, una prima fase riguarderebbe la bonifica delle mine nello Stretto, a cui seguirebbe una seconda fase di protezione delle petroliere in transito.

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