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Dall’agenda Draghi a quella Mattarella è un attimo. Appena il balzo di 30 minuti e una sessantina di applausi all’ intervento del presidente della Repubblica bis nell’aula di Montecitorio; e un anno di provvedimenti draghiani su Covid e Pnrr. E poi? Poi si vedrà.

La travagliata settimana di rodeo dei Grandi Elettori ha non solo terremotato le coalizioni di centrodestra e centrosinistra nonché scosso alcune leadership di partito, ma anche e soprattutto cambiato l’assetto del quadro politico inserendo un elemento potenzialmente disgregante: l’avvio del “pensionamento” di Mario Draghi, escluso dal Quirinale e con una permanenza a Palazzo Chigi limitata dal perimetro temporale che porta alla fine naturale della legislatura. Di qui la necessità di salvaguardare  quanto di buono è stato finora fatto e consolidare il panorama politico al fine di continuare a ricevere le risorse del Recovery.

Poiché però l’Italia è il Paese dei paradossi, le due cose insieme non si tengono e il pericolo è che le macerie prodotte dal risiko quirinalizio restino lì, senza che nessuno possa (o magari neppure voglia) rimuoverle.

SuperMario fuori dal Colle (sicuro) e fuori dalla presidenza del Consiglio (probabile) rappresentano un colpo di maglio alla stabilità interna e al patrimonio internazionale di fiducia finora conquistato. È anche per questo che Sergio Mattarella invece di fustigare il Parlamento per la scena di divisioni e sgambetti messa in mostra, ha rilanciato sul futuro, sulle cose da fare, delineando uno schema di gioco e un disegno di Paese – qualcuno potrebbe dire una visione – che va oltre il lasso temporale di metà 2023 per proiettarsi verso in quinquennio successivo, con un occhio e una bussola fissi verso Bruxelles.

Il primo a intuire il pericolo di una possibile palude è stato il Pd grazie alla sua esperienza istituzionale e alla capacità di lungimiranza di Enrico Letta. Attraverso le capigruppo parlamentari, il Nazareno ha infatti proposto una sessione parlamentare ad hoc per affrontare gli input arrivati dall’inquilino del Quirinale e costruire una rete di protezione politica dell’azione di governo.

Ma appunto le due cose non si tengono. L’agenda Mattarella come e più di quella di Draghi è ambiziosa e di ampio respiro. Per attuarla occorre che la maggioranza di larghe intese che si è costituita attorno all’ex presidente della Bce non solo continui ad operare ma produca uno scatto in avanti, un cambio di passo per tagliare i traguardi riformistici imposti dal Pnrr.

Tuttavia questo sforzo ha un doppio limite. Da un lato, la naturale tendenza delle forze politiche a capitalizzare il più possibile a proprio singolo vantaggio le misure del governo in vista dell’appuntamento elettorale del 2023, il che comporta fibrillazioni e divaricazioni obbligate in seno alla coalizione. Dall’altro il progressivo illanguidimento della premiership draghiana, che si accentuerà via via che il traguardo di fine legislatura si avvicinerà.

Anche le forze che tendono a raggrupparsi al centro, al di là delle circonvoluzioni berlusconiane e dei patemi dei Cinquestelle, avvertono il pericolo e sognano di diventare la piattaforma politica capace di sostenere la figura di Draghi. Ma come sempre si tratta di un’area con molti generali e assai minor numero di truppe. Si dice che un tale agglomerato ancora informe agogni una legge elettorale proporzionale. Ecco.

Intanto bisogna scontare la difficoltà di procedere su questa strada, e poi non va sottovalutato che il personaggio più abile e carismatico di quest’area, cioè Matteo Renzi, non vede di buon occhio l’abbandono del Rosatellum.

Non tanto perché opera dell’attuale presidente di Italia Viva quanto perché se si adotta il proporzionale la competizione al centro diventa parossistica perché un po’ tutti i partiti si intrupperanno in quel segmento elettorale. Meglio che i due schieramenti di centrodestra e centrosinistra in qualche che modo rimangano e lascino campo libero al senatore di Rignano e al resto della truppa. Un altro paradosso; uno in più nella sempre ricercata e assai poco raggiunta spinta alla governabilità dell’Italia.

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