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Ci ha messo davvero poco l’amministrazione statunitense a congratularsi con la cosiddetta coalizione del cambiamento che da ieri è al timone di Israele. Una dimostrazione del canale che in questi mesi ha collegato Washington a Gerusalemme passando dal presidente israeliano Reuven Rivlin e dal Mossad scavalcano l’ex primo ministro Benjamin Netanyahu, che invece con la precedente amministrazione di Donald Trump aveva un rapporto di ferro.

Il presidente Joe Biden ha telefonato al primo ministro Naftali Bennett pochi minuti dopo la fiducia ottenuta alla Knesset con 60 voti a favore, 59 contrari e un astenuto con un discorso impostato sulla necessità di voltare pagina dopo l’era di Netanyahu, al potere da 12 anni senza soluzione di continuità e per 12 anni nell’ultimo quarto di secolo: “Non siamo sempre stati d’accordo, ma entrambi vi siete sacrificati molto per lo Stato di Israele”, ha detto Bennett, riferendosi a Netanyahu e a sua moglie Sara, con cui in passato ci furono forti tensioni.

“Israele non è come qualsiasi altro Paese, è il sogno di generazioni di ebrei da Marrakech a Budapest, da Baghdad a San Francisco. Ogni generazione ha le sue sfide e ogni generazione ha i leader di cui ha bisogno”, ha aggiunto il nuovo primo ministro intervenendo in parlamento. Il leader di Yamina ha poi aggiunto: “Ci sono momenti nella storia ebraica in cui il disaccordo va fuori controllo e ci mette in pericolo. Stiamo affrontando una sfida interna e la spaccatura che sta lacerando la nostra gente la possiamo vedere qui proprio ora. Questa spaccatura ci ha portato a un vortice di odio e faide interne”.

A stretto giro è arrivasse anche la telefonata del segretario di Stato statunitense Antony Blinken all’omologo Yair Lapid, che in attesa di diventare primo ministro nel 2023 come previsto nell’accordo di coalizione (Bennett sarà ministro dell’Interno) ha preso il posto di Gabi Ashkenazi al ministero degli Esteri. I due, come riferisce un comunicato del dipartimento di Stato, hanno discusso dell’impegno degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele, dell’importanza di mantenere lo stop alle ostilità, delle opportunità di approfondire e ampliare la normalizzazione delle relazioni diplomatiche, della minaccia posta dall’Iran e altre priorità regionali. Lapid e Blinken hanno riconosciuto la forte partnership tra gli Stati Uniti e Israele, e il segretario statunitense ha sottolineato che non vede l’ora di accogliere presto il ministro israeliano a Washington, mentre i due governi lavorano per costruire una relazione ancora più forte tra i due Paesi e i rispettivi popoli.

Netanyahu non sembra volersi dare per vinto. Nei discorsi antecedenti al voto aveva anticipato che l’opposizione, capeggiata proprio dal suo partito, il Likud, “farà cadere questo pericoloso esecutivo”. Nel suo intervento, ha sottolineato la relativa sicurezza di Israele sotto la sua guida, definendolo “il miglior decennio per la sicurezza che abbiamo mai avuto”. “Questo non è successo per caso. Ciò è avvenuto perché abbiamo stabilito una politica di sicurezza diversa, che esigeva un prezzo molto alto dai nostri nemici, evitando l’avventatezza e l’impulsività”, ha affermato Netanyahu. Poi l’affondo contro l’amministrazione Biden: “Gli Stati Uniti mi hanno chiesto di mantenere segreti i nostri disaccordi sull’accordo con Teheran. Io ho risposto che mi ricordo di [Franklin Delano] Roosevelt quando si rifiutò di bombardare i treni e le camere a gas, avrebbe potuto salvare la nostra gente”.

(Foto: Twitter, @IsraeliPM)

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