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Alla fine è stata annullata la cosiddetta “marcia della bandiera” che aveva alimentato preoccupazioni da parte della l’agenzia d’intelligenza interna Shin Bet tali da portare alcuni giornali a evocare il precedente statunitense degli scontri a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. La manifestazione della destra religiosa era in programma il 10 maggio, in occasione della ricorrenza della Giornata di Gerusalemme, ma fu annullata all’ultimo minuto dalle autorità israeliane a causa del crescendo di tensioni che sfociò in un conflitto con Gaza durato 11 giorni. E per timori di nuovi scontri dopo le minacce di Hamas, la marcia è stata “temporaneamente” annullata anche il 7 giugno: avrebbe preso il via dalla porta di Damasco e attraversato il quartiere arabo di Gerusalemme.

Negli ultimi giorni il dibattito pubblico in Israele è stato dominato dalla manifestazione. Fuori e dentro Israele. “Marceremo per le strade di Gerusalemme a testa alta, sventolando le bandiere israeliane. Chiederemo di unire per sempre Gerusalemme. Venite a frotte!”, si leggeva nell’appello online dei gruppi della destra religiosa alleati del primo ministro Benjamin Netanyahu che avevano organizzato la manifestazione. Parole che hanno alimentato le preoccupazioni dell’Autorità palestinese per Gerusalemme: per il vicegovernatore Abduallah Siam la marcia avrebbe provocato “un’esplosione” in città.

E hanno anche acceso le tensioni politiche in Israele. Ram Ben Barak, ex numero due del Mossad e deputato del partito centrista Yesh Atid guidato da Yair Lapid, lo scopo era proprio creare tensioni per impedire la nascita del “governo del cambiamento” che potrebbe porre fine all’era Netanyahu.

A preoccupare è l’odio anche sui social. Il capo dello Shin Bet, Nadava Argaman, ha dichiarato che è stata rilevata “una grave crescita e radicalizzazione nei discorsi violenti e di incitamento, specialmente sui social media”. “Questi discorsi possono essere interpretati da alcuni gruppi o individui come il via libera ad attività illegali che possono arrivare a colpire le persone”, ha proseguito lo 007, esortando politici e leader religiosi a intervenire. “È una responsabilità che pesa sulle spalle di tutti”, ha sottolineato.

Il primo ministro uscente ha promesso che farà cadere “molto rapidamente” il “pericoloso governo di sinistra” che potrebbe nascere nei prossimi giorni, un esecutivo che “impedirà gli insediamenti, non affronterà gli americani in un accordo con l’Iran che rappresenta una minaccia alla nostra stessa esistenza e non resisterà alle pressioni”. Si tratta di “una truffa agli elettori. Forse la più grande truffa elettorale della storia”, ha aggiunto. Ma ha anche respinto l’accusa di “incitare alla violenza” contro i sostenitori della nuova coalizione.

Netanyahu non ci sta a passare come l’incendiario, non accetta l’etichetta del Donald Tump di Israele. E non soltanto perché dall’ex presidente statunitense lo dividono molto cose, a partire dall’esperienza professionale e politica. Anche perché è convinto di poter rimanere alla guida del Paese trovando ribelli prima del voto di fiducia alla Knesset. O di poterci tornare presto, confidando in una brevissima durata del governo dei suoi ex alleati Yair Lapid e Naftali Bennett.

Niente Capitol Hill israeliana. E Netanyahu non è Trump

La cosiddetta “marcia della bandiera” che preoccupava lo Shin Bet è stata annullata per timori di nuove tensioni tra israeliani e palestinesi. Ma il premier uscente è nel mirino: accusato di aver incitato alla violenza. Come Trump

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