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A volte si è costretti ad essere retorici pur aborrendo la retorica. Così come l’aborriva certamente Emanuele Macaluso, lo storico dirigente comunista e parlamentare per tantissime legislature scomparso all’età di novantasei anni qualche ora fa.

Ma come non vedere quel folletto diabolico che un po’ abitava in lui, se solo si pensa un attimo al momento che ha scelto per andarsene? Nel pieno di una crisi politica confusa e senza ideali, lui che di ideali e passione era vissuto per tutta la vita. E anche nel pieno di una crisi sanitaria, lui che agli “assembramenti” con le “masse” (come ancora le chiamava) non aveva mai rinunciato senza risparmiarsi: incontrando “compagni” anche sconosciuti e argomentando, spiegando, essendo da tutti stimato e rispettato.

Non è difficile capire perché: quello che gli intellettuali chiamano spregiativamente il “popolino” capisce subito, per innato buon senso, chi bara e chi no, chi crede in quello che dice, chi parla con schiettezza disarmante, chi ispira fiducia perché è mosso da nobili ideali. E pretendeva dagli altri uguale schiettezza.

Una volta non esitai a contrapporlo, per il suo carattere passionale e la sua lontananza da ogni diplomazia, al suo amico di sempre Giorgio Napolitano. Non fece una piega. Non aveva peli sulla lingua nemmeno per i suoi compagni di partito: ad Orvieto, una volta, apostrofò Walter Veltroni, che era passato per fare il suo intervento, dicendo dal microfono che ai convegni si partecipa dall’inizio alla fine e non si passa per fare una “pisciatina”.

Sono tanti però i ricordi che ho, essendo stato forse Emanuele in assoluto il politico che, nella mia attività intellettuale, ho più frequentato. E che ho accompagnato sia come alla sua rivista, sia nell’esperienza del Riformista, come “il filosofo”, come lui diceva (forse anche un po’ ironicamente ma con umano rispetto). Il mio approccio con lui fu casuale, intorno all’inizio del nuovo millennio. Sulla sua rivista era comparso un articolo di un altro grande dirigente comunista, Napoleone Colajanni, in cui si dicevano alcune inesattezze, a mio avviso, su Carlo Rosselli. Decisi perciò di inviare alla rivista una lettera, che non solo pubblicò ma commentò dando ragione a me e non ad un altro dei suoi amici di sempre. Dopo qualche mese, poiché Enrico Morando aveva fatto riferimento ad un congresso di partito a John Rawls, mi chiese un articolo in cui illustrassi il suo pensiero. Gli feci presente che: 1) ero un liberale e non un socialista; 2) spiegare Rawls in diecimila battute era impossibile. Mi rispose convinto che non cercava il consenso sulle idee ma l’onestà intellettuale; e che in diecimila battute si può dire tutto. E in questa risposta c’era tutto l’uomo, anche il giornalista che era arrivato a dirigere L’Unità senza una laurea (era perito tecnico) e che aveva studiato da autodidatta fra un’occupazione di terre nella sua Sicilia e un comizio.

Che avesse raggiunto anche cime intellettuali notevoli, lo si capiva ovviamente dalle cose che scriveva. Ma ne ebbi un assaggio anche nella presentazione del mio libro su Croce nel 2006, allorquando offuscò in rigore filologico gli altri pur illustri relatori. L’ho visto l’ultima volta, nella sua casa nella piazza del popolare quartiere di Testaccio, giusto un anno fa. Le nostre posizioni politiche si erano col tempo sempre più allontanate, senza che mai fossero prima vicine in verità. Apprezzai che a lui non importava punto. Commentammo insieme vicende della politica e quasi mi apostrofò che io non seguissi i suoi commenti giornalieri, con la mitica firma em.ma, passati su Facebook. Con spietatezza rase al suolo quasi tutti i protagonisti della vita politica italiana attuale. E poteva, d’altronde, essere diversamente? La sua verve intellettuale, la logica spietata, il sanguigno carattere siciliano, mi sembrarono essere rimasti del tutto intatti. Era un uomo di carattere.

Macaluso, uomo di passione e di carattere. Il ricordo di Ocone

Come non vedere quel folletto diabolico che un po’ abitava in lui, se solo si pensa un attimo al momento che ha scelto per andarsene? Nel pieno di una crisi politica confusa e senza ideali, lui che di ideali e passione era vissuto per tutta la vita. E anche nel pieno di una crisi sanitaria, lui che agli “assembramenti” con le “masse” (come ancora le chiamava) non aveva mai rinunciato senza risparmiarsi: incontrando “compagni” anche sconosciuti e argomentando, spiegando, essendo da tutti stimato e rispettato

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