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Il governo che giurò nelle mani di Sergio Mattarella il 5 settembre 2019 era una compagine guidata ancora da Giuseppe Conte dopo l’esperienza gialloverde, e fondata sull’intesa tra quattro forze politiche: M5S, Pd, IV, Leu. Con quell’equilibrio politico il presidente del Consiglio si presentò al Quirinale; sulla base di quell’equilibrio il capo dello Stato diede via libera. Poiché in un sistema democratico le procedure sono al tempo stesso garanzia e sostanza, ne deriva che se una di quelle quattro forze si sfila, il premier non può far altro che salire sul Colle e rimettere in mandato nelle mani di Mattarella, riconsegnandogli la regia della crisi com’è costituzionalmente previsto.

Conte ha scelto un’altra strada: niente dimissioni, sostituzione dei (o meglio: della) ministri dimissionari, verifica in Parlamento della sussistenza dei numeri necessari per avere la fiducia. Il Quirinale ha acconsentito, previ alcuni suggerimenti sulla consistenza dell’appoggio nelle Camere.

Così impostata, la crisi ha preso una piega per forza di cose anomala, ma anche gravida di conseguenze. È partita la caccia ai voti necessari (responsabili e costruttori sono appellativi suggestivi che coprono spruzzate di trasformismo che pare essere diventato l’abito più cool da sfoggiare in questa fase), mentre Renzi – “irresponsabile e inaffidabile” come l’hanno bollato Zingaretti e Di Maio – ha deciso l’astensione.

Se Conte verrà bocciato in aula al Senato (alla Camera non dovrebbero esserci problemi), la palla tornerà nelle mani del Presidente della Repubblica e le urne anticipate diventeranno praticamente una strada obbligata indipendentemente dall’inquilino di palazzo Chigi. Se invece, come pare, Giuseppi ce la farà, sarà comunque un governo assai diverso sotto il profilo politico dal precedente e Conte guiderà la terza coalizione con maggioranze diverse in una sola legislatura: un record.

Verso quali lidi e con quali prospettive? Paradossalmente si aprirà uno scenario nel quale il capo del governo potrà dire di essersi rafforzato visto non solo lo scampato pericolo ma la conferma della sua insostituibilità a palazzo Chigi; mentre il coagulo delle forze che lo sostiene risulterà indebolito in particolare nelle sue componenti principali, Pd e Cinquestelle. I Democratici hanno fatto sapere che non accetteranno più ritardi e incertezze nell’azione governativa. Giusto.

Tuttavia è complicato immaginare che possano avere altre pistole da mettere sul tavolo: certamente non quella di una possibile sfiducia all’uomo che hanno così massicciamente blindato contro l’ex rottamatore. Idem per i Pentastellati: presentato come figura super partes per farlo ingoiare al Nazareno, è ovvio che superato lo scoglio della crisi il presidente del Consiglio diventa il vero king maker del MoVimento: l’unico che detiene il mastice giusto, cioè la leadership, per evitare che l’ancora partito di maggioranza relativa in Parlamento si smembri definitivamente.

Quanto alla pattuglia dei soccorritori, rappresenta un basamento troppo scivoloso per farci affidamento, anche soprattutto per un eventuale “partito di Conte”: servirà materiale politico meno friabile, che al momento scarseggia. Anche perché se l’equilibrio che si va configurando regge – e partita del successore di Mattarella a parte – è presumibile che Pd e M5S andranno al voto inalberando sulle proprie bandiere l’effigie dell’avvocato del popolo, perno imprenscindibile per mantenere la premiership.

Giochi politici a parte, resta in primo piano l’esigenza di un governo che sappia affrontare l’emergenza sanitaria tutt’altro che debellata e che sia in grado di predisporre e far marciare piani adeguati per non sprecare l’irripetibile occasione del Recovery. È impervio immaginare che la maggior forza del presidente del Consiglio sia in grado di sopperire alla minor forza della coalizione che lo sostiene.

Però l’assenza di un governo e la prospettiva elettorale anticipata spalancata devono apparire al Quirinale un vero incubo. Nel voto di fiducia di martedì al Senato un elemento di tale portata sarà pesantissimo. Con 308 voti alla Camera, nel 2011 Silvio Berlusconi fu pregato di dimettersi: ma c’era l’emergenza economica con lo spread a 500. Con 145 al Senato, Conte può rimanere. C’è l’emergenza sanitaria che lo blinda.

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