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Da questa settimana Google sta annunciando ai clienti francesi e spagnoli di Ads, il proprio servizio di pubblicità digitale, che incorreranno in un ricarico del 2% “corrispondente ai costi operativi regolatori che si applicano nel Paese”. Il gigante tecnologico ha deciso di bilanciare in questa maniera le tasse statali sui propri servizi, pari al 3% in entrambi i Paesi.

La mossa di Google si colloca nel contesto più ampio dello scontro tra Big tech e governi. Negli scorsi anni i negoziati OCSE per un nuovo regime fiscale internazionale adeguato all’era digitale non hanno prodotto risultati tangibili, anche per via della politica protezionista dell’ex presidente statunitense Donald Trump. Per tutta risposta (e attirandosi le ire e le sanzioni di The Donald) alcuni Paesi, tra cui Francia e Spagna, hanno imposto tasse unilaterali sui giganti tecnologici, che sono quasi tutti americani.

La nuova amministrazione USA guidata da Joe Biden va in direzione opposta, e la strada per una tassa digitale che vada bene per tutti, pur essendo irta di dubbi e incomprensioni, non è più inaccessibile. La stessa Google di recente ha lanciato un appello internazionale, facendo sapere di essere favorevole a un regime internazionale di tassazione ed esortando il G20 (a guida italiana nel 2021) a favorire il dialogo in tal senso.

Secondo alcuni ministri delle finanze, è addirittura possibile che il nuovo regime sia pronto entro l’estate, anche se alcuni esperti in materia hanno espresso scetticismo – una soluzione così rapida dopo più di quindici anni di stallo non sembra poi così probabile. Se l’OCSE non trovasse un accordo in tempo, la Commissione europea si muoverebbe per sottoporre ai 27 una digital tax europea, come peraltro già annunciato da Ursula von der Leyen. Comunque vadano le cose, le tasse unilaterali decise dai singoli stati sono destinate a rimanere finché il futuro regime fiscale non sarà implementato nei singoli stati

Raggiunta dalla versione spagnola di Business Insider, Google España ha fatto sapere che il supplemento si applicherà a qualsiasi inserzionista che fa pubblicità in Spagna, non solo alle aziende spagnole. Hanno anche sottolineato che il sovrapprezzo è in vigore anche nel Regno Unito (al 2%), in Austria e in Turchia (5%).

I clienti italiani possono aspettarsi un ricarico simile? La versione italiana della digital tax, in vigore dal 2020, pretende da Big Tech il versamento di contributi entro il 16 marzo e la dichiarazione dei redditi entro il 30 aprile 2021. Però la circolare dell’Agenzia delle Entrate non è chiara sulla “fetta” che sarà tassata. Se incide sui conti degli editori – ovvero si tassa il 3% di 100 – è inevitabile che la tassa si scarichi sui costi, visto che l’azienda americana adotta un revenue sharing che va dal 70% al 95% dell’introito pubblicitario.

Sarah Supino, un’esperta di tassazione digitale che ha partecipato alla consultazione pubblica sulla tassa digitale nostrana, ha sottolineato via Formiche.net le complessità legate a un’imposta così nuova e particolare, che pure dispone di una sunset clause – ossia salterà all’introduzione di una futuribile tassazione internazionale.

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