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Alcuni giorni fa su Formiche.net, analizzando le note diffuse dal dipartimento di Stato, avevamo sottolineato come l’Italia commetterebbe un grave errore a pensare che il rapporto con gli Stati Uniti passi soltanto attraverso la relazione bilaterale. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Antonio Parenti, capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea.

Dopo i quattro anni difficili anni con Donald Trump alla Casa Bianca, l’arrivo di Joe Biden può rilanciare le relazioni transatlantiche?

Sta emergendo una conferma del fatto che questa amministrazione statunitense ha un enorme compito interno che assorbirà molto energie. Credo dunque sarà una presidenza un po’ più domestica anche rispetto, per esempio, a quella di Barack Obama. In campo internazionale, però, c’è forte sollievo rispetto all’evidente attaccamento alla dimensione multilaterale. Tra i suoi primi atti, il presidente Biden ha deciso il ritorno agli Accordi di Parigi e all’Organizzazione mondiale della sanità: è un segnale che conferma come con questa amministrazione si torni ad avere sintonia su temi internazionali e su come affrontarli, superando le difficoltà incontrate con l’amministrazione precedente.

Che ruolo può avere l’Italia?

In questo contesto l’Italia ha un ruolo importante in qualità di presidente del G20, che ha in buona parte soppiantato il G7 come importanza internazionale coprendo un più ampio ventaglio di temi oltre che più nazioni. Avere la presidenza del G20 mentre il mondo sta uscendo dalla pandemia, avendo dunque l’opportunità — si spera — di poter organizzare incontri di persona, offre all’Italia una posizione di grande vantaggio. A questo si associa il fatto che l’Italia abbia mantenuto tradizionalmente buone relazioni con gli Stati Uniti. E presumo che saranno anche migliori se l’ipotesi di un governo Draghi trovasse conferma.

E nel contesto europeo?

La questione è che l’Italia sarà più forte quanto più ci sarà convergenza a livello europeo sui temi da discutere con gli Stati Uniti. L’agenda transatlantica per il cambiamento globale presentata dalla Commissione europea a inizio dicembre è un piano di azione che può possa essere la base per un lavoro serio con gli Stati Uniti affrontando una serie di questioni su cui c’è bisogno di un accordo su base globale. E su cui Unione europea e Stati Uniti rimangono fondamentali essendo le due economie globali.

In campo commerciale, però, si preannunciano alcune differenze.

Le differenze in quel campo non verranno meno soltanto perché c’è l’amministrazione Biden. Penso all’idea di consolidare il sistema di Buy American per gli appalti pubblici o al Jones Act sui cabotaggi dei porti americani che possono essere soltanto fatti da navi americane. Sono questioni che renderanno un po’ più difficile il cammino commerciale bilaterale. Ma ciò non toglie che a livello multilaterale, le relazioni possano trovare nuovo slancio. Per esempio rivitalizzando l’Organizzazione mondiale del commercio.

Anche le questioni digitali — dalla Digital Tax al pacchetto europeo Dsa/Dma — potrebbe generare tensioni.

Penso ci siano differenze di formulazione più che di filosofia. Mi sembra che anche negli Stati Uniti sia emerso, soprattutto dopo alla luce dei più recenti fatti, preoccupazione per un uso responsabile delle piattaforme. Quanto alla Digital Tax è chiaro che sarà un tema di lunghe discussioni: l’Unione europea ha sempre spiegato di preferire una discussione sede Ocse, a patto che venga raggiunto un risultato.

Il dossier tecnologia, a partire dal 5G, può essere uno dei temi che riavvicinano le due sponde dell’Atlantico?

Potrà essere sicuramente un’area su cui discutere alla pari di interessi strategici e commerciali. Ma non in un’ottica protezionista sotto il profilo commerciale, bensì lavorando sulla sicurezza. Serve un dialogo improntato a un contemperamento dei vari interessi in ballo, compresa la capacità dei fornitori di offrire i servizi. Del resto, proprio nell’agenda della Commissione europea c’è chiaramente all’ordine del giorno una discussione con gli Stati Uniti in materia di tecnologie. È sicuramente uno dei punti che ci avvicina.

Stati Uniti e Unione europea spesso utilizzano la stessa definizione di “fornitori ad alto rischio” per i produttori cinesi di 5G come Huawei e Zte. Anche su questo ci può essere una visione comune?

Nel sentire europeo non c’è un’esclusione a tutti i costi delle aziende cinesi. Piuttosto, c’è interesse per il rafforzamento della sicurezza del dominio cibernetico in ambito europeo, in coerenza con gli obiettivi di affermazione di leadership digitale e sovranità tecnologica dell’Unione. Come si arrivi a questo risultato, con quali forme credo possa essere terreno di discussione con gli Stati Uniti. Ma ribadisco: è visto non in ottica anti-cinese bensì con l’obiettivo di assicurarsi, come è giusto che sia, una sicurezza strategica su un aspetto fondamentale come le reti.

Alcune mosse italiane, tra cui il Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, hanno incassato il plauso degli Stati Uniti ma anche del Nis Cooperation Group europeo. Il digitale è un’area in cui l’Italia può avere un peso specifico importante?

È sempre molto relativo pensare a un peso specifico dei singoli Paesi se non c’è compattezza dei 27. È quando c’è convergenza a livello europeo su determinati temi che il peso dei singoli Paesi europei diventa più importanti. Sul digitale l’Italia sta facendo un ottimo lavoro. Ma servono posizioni comuni in Europa per avere successo e penso che questo sia un obiettivo del governo italiano.

Ultimo tema, i diritti umani. Con la nuova amministrazione gli Stati Uniti sembrano decisi, anche con la Cina, a mettere in cima all’agenda la difesa dei diritti umani. Oltre alla tecnologia, anche la democrazia è un collante? 

Mi auguro sinceramente che i diritti umani possano rafforzare i nostri legami. Anche su questo penso ci possa essere maggiore sintonia con l’amministrazione Biden pur rimanendo distanti su certi temi, come la pena di morte.

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“L’Italia sarà più forte quanto più ci sarà convergenza a livello europeo sui temi da discutere con gli Stati Uniti”, spiega Antonio Parenti, capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Le relazioni Roma-Washington con Draghi premier? “Saranno anche migliori”. Sul 5G: “Non ottica anti-cinese ma necessità di sicurezza strategica”

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