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Il 24 novembre scorso, numerosi media hanno riportato la notizia che papa Francesco ha finalmente parlato della persecuzione degli uiguri. È stata la prima volta. La cautela da parte della Santa Sede, è stato sottolineato da più parti, è attribuibile alla volontà di normalizzare i rapporti con la Cina, anche in vista dell’accordo sulla nomina dei vescovi. Del resto, sebbene molti Paesi occidentali denuncino da tempo la situazione in Xinjiang, altri governi, tra cui quelli di Paesi a maggioranza musulmana come l’Egitto, l’Arabia Saudita e il Pakistan, hanno mostrato uguale cautela per non compromettere le relazioni con Pechino. La Cina è quella che è, ma anche gli interessi economici in gioco sono quelli che sono.

Il grande pubblico conosce poco gli uiguri, una minoranza etnica, di lingua turcomanna e di religione musulmana, che vive nella parte nord-occidentale della Cina. Come accade per ogni popolo, anche quello uiguro ha una lunga storia, fatta di complessità etnica e religiosa. Quando le prime tribù giunsero in quella che adesso è la Cina, assimilarono gli indoeuropei già insediati nella regione; non sempre andarono d’accordo tra loro, né si piegarono facilmente alle dinastie che si susseguirono sul trono dell’Impero Celeste. Prima di diventare musulmani, gli uiguri furono manichei, cristiani nestoriani e buddisti. Nel 1933 e nel 1944, per un breve periodo furono instaurate la Prima e la Seconda Repubblica del Turkestan Orientale, indipendenti dalla Cina; ma, nel 1949, la Repubblica popolare cinese mise definitivamente fine all’indipendenza uigura.

Seppure minoranza etnica e religiosa riconosciuta in una regione autonoma, gli uiguri subiscono un vero e proprio tentativo di “sostituzione etnica” sin dagli anni Cinquanta, quando gli han, il gruppo che costituisce più del 90% della popolazione cinese e che occupa le maggiori cariche all’interno del Partito comunista, cominciarono a trasferirsi in gran numero nello Xinjang. Alla fine del XX secolo, gli han costituivano i due quinti dell’intera popolazione della regione. Ma i problemi degli uiguri, musulmani, vanno oltre. La Costituzione cinese riconosce, almeno formalmente, la libertà religiosa a tutti i cittadini. Tuttavia, è il cosiddetto Documento 19 a gettare maggior luce sull’atteggiamento del Partito comunista cinese nei confronti della religione. Stilato nel 1978 e pubblicato con alcune revisioni nel 1982 dal Comitato centrale del Partito comunista cinese, il documento, tra le altre cose, redige una serie di linee guida sulle politiche religiose, mirate alla creazione di un corpo di “professionisti” della fede, pronti a collaborare con il Partito e a promuovere organizzazioni religiose “patriottiche”. Il documento chiarisce anche che a nessuna organizzazione di credenti deve essere permesso “di utilizzare in alcun modo pretesti religiosi per opporsi alla leadership del Partito — i cui membri, tra l’altro, devono essere atei “professi” — o al sistema socialista, o per distruggere l’unità nazionale o etnica”.

Ebbene, da quanto affermano le autorità cinesi per difendersi dalle accuse di violazione dei diritti umani nello Xinjiang, gli uiguri sembrano aver contravvenuto a tutte le direttive. Sono accusati di avere sentimenti separatisti e, dunque, di attentare all’unità nazionale; sono accusati di attentare all’unità etnica per avere denunciato il tentativo di sostituzione tecnica da parte degli han; sono accusati di essere terroristi islamisti. Dunque, secondo Pechino, vanno giustamente puniti con l’internamento in quelli che le autorità definiscono “centri di rieducazione per chi è stato esposto alle idee estremiste” o “campi per acquisire nuove competenze lavorative”; con il lavoro forzato, la tortura e le esecuzioni sommarie; costringendo le donne a fare uso di contraccettivi, a essere sterilizzate o ad abortire. Se bisogna ammettere che esistono movimenti separatisti uiguri, alcuni dei quali hanno avuto stretti rapporti con al-Qaeda, è difficile credere che tutte le vittime della persecuzione — tra 1 milione e 1 milione e 800.000 persone — siano terroriste o intendano creare uno Stato indipendente. Comunque, non è violando i diritti umani che si risolvono terrorismo e separatismo.

Durante il webinar sulla propaganda e la disinformazione cinese nel mondo, realizzato il 24 novembre scorso dalla European Foundation for Democracy, in collaborazione con l’ambasciata degli Stati Uniti in Belgio e con la Missione statunitense presso l’Unione europea, Zumretay Arkin del Congresso mondiale uiguro ha affermato che la comunità internazionale conosce la situazione dello Xinjang ormai da alcuni anni, ma che molto rimane da fare perché i vari Paesi vadano al di là delle condanne verbali contro Pechino e si impegnino concretamente per fermare la persecuzione. “Ma i cambiamenti, purtroppo, non avvengono da un giorno all’altro”, ha commentato.

Per adesso, soltanto gli Stati Uniti hanno agito contro la Cina, imponendo pesanti sanzioni ad alcuni funzionari cinesi, tra cui Chen Quanguo, segretario del Partito comunista dello Xinjiang, accusandoli di “gravi violazioni dei diritti umani nei confronti della minoranza uigura”. Nel giugno di quest’anno, inoltre, il presidente Donald Trump ha firmato una legge che prevede, per chi viola i diritti degli uiguri, l’imposizione di sanzioni quali il blocco dei beni, il ritiro del visto, il divieto di ingresso negli Stati Uniti, il divieto agli americani di fare affari con tali soggetti.

L’Italia, intanto, non sembra assumere una posizione chiara. Sappiamo per certo, come denunciato al tempo dal Partito radicale, che nel 2017 Dolkun Isa, presidente del Congresso mondiale uiguro, giunto nel nostro Paese per denunciare i gravi reati contro il suo popolo, fu sottoposto al fermo di polizia e il Senato della Repubblica gli negò per due volte l’ingresso.

Gli affari sono affari, lo abbiamo detto; anche se la vita e la dignità umana dovrebbero valere ben più di un contratto commerciale. Ma così vanno le cose a questo mondo, diceva Alessandro Manzoni. In attesa che cambino, non cessiamo mai di condannare a gran voce ciò che accade nello Xinjiang. Sappiamo che la parola può essere più forte della spada.

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