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Se la manina della politica avesse davvero accompagnato Jean -Paul Mustier alla porta, allora il manager avrebbe potuto e forse dovuto dirlo. Dal momento che non lo ha fatto, ci sono solo due strade: o con l’addio a Unicredit del manager francese il palazzo non c’entra un bel niente oppure il quasi ex numero uno di piazza Gae Aulenti ha peccato di pavidità, deludendo chi in questi anni gli ha dato credito.

Questa la lettura in controluce del botto di fine anno che ha scosso il mondo bancario, fornita da Angelo De Mattia, storico dirigente di Bankitalia, editorialista e gran conoscitore degli arcani del credito. Per la seconda banca italiana si prevedono settimane di incertezza, come già hanno fatto capire i mercati questa mattina: il titolo Unicredit non è riuscito a fare prezzo per una buona mezzora, per poi sprofondare a -8%.

De Mattia, ieri l’annuncio dell’addio, tra cinque mesi, di Mustier. Un addio che scotta… Commenti?

Ci sono due aspetti di questa vicenda. Uno industriale e uno, forse, più politico. E dico forse.

Partiamo dal primo…

Mustier ha dichiarato pubblicamente come fosse venuta meno la sintonia con il consiglio di amministrazione sul piano industriale. Trovo molto apprezzabile un simile atteggiamento, che ogni amministratore delegato dovrebbe tenere. Ma le considerazioni industriali non si fermano qui. In questi anni Mustier ha venduto molto, dalla partecipazione in Mediobanca, fino alla società di gestione del risparmio Pioneer. Senza dimenticare il maxi-aumento da 13 miliardi del 2017.

E questo che cosa significa?

Tutte queste operazioni, hanno finito per far apparire Unicredit come un istituto in ritirata. Solo che una banca di tali dimensioni non poteva fare delle cessioni la propria strategia. In questo contesto poi si è inserita la questione Mps.

Ecco, qui si arriva alla politica di palazzo, forse. Il governo voleva Unicredit in sposa al Monte dei Paschi. Ma Mustier non era d’accordo.

No, non lo era. E poi Mustier pretendeva una dote pubblica di 5 miliardi, quasi una dotazione. Giustamente dall’altro lato, quello di Mps, ci si era posti il problema: se tanto valeva tirare fuori tanti soldi dei contribuenti per la fusione con Unicredit allora tanto valeva che il Monte rimanesse da solo e tentasse di sopravvivere. Per tutti questi motivi, compresi anche quelli industriali, credo che alla fine Mustier non si sia sentito più a suo agio. Certamente è giocoforza pensare che sulla decisione di Mustier abbia pesato qualcosa che va oltre le questioni prettamente legate alla gestione bancaria. Come, per l’appunto, Siena.

Scusi se insisto De Mattia, ma andiamo per esclusione. Se è vero che un manager di quel calibro viene giudicato per i risultati ottenuti, i numeri sono dalla parte di Mustier. E allora si rafforza la convinzione che ci sia lo zampino del palazzo. Sbaglio?

Il pressing della politica, se c’è stato, andava rivelato dal diretto interessato, cioè Mustier. Il manager ha parlato di scarsa armonia con il consiglio, però se ci fosse stata una forza politica contraria a lui, allora poteva benissimo fare una chiosa e aggiungere che sì, tra le motivazioni potevano esserci stati anche risvolti politici. Se Mustier ha taciuto in merito a questo pressing, allora mi sentirei un bel po’ deluso. Se il gesto del manager, insomma, fosse stato un gesto di reazione verso il Tesoro, allora avrebbe dovuto dirlo, subito.

Chiaro. Ma adesso che succede? Il mercato non sembra aver apprezzato il passo indietro…

La situazione che si è venuta a creare in Unicredit è un po’ singolare. Perché per i prossimi cinque mesi ci sarà un ceo di fatto, Mustier, ma anche un ad in pectore, che poi sarebbe il successore. E onestamente non è un gran bel programma.

Mustier

I giochi della politica, gli errori di Mustier. La versione di De Mattia

L’ex dirigente di Bankitalia ed editorialista: se davvero è stata la manina del Mef, complici i dissapori su Mps, ad aver accompagnato il manager alla porta, allora questo andava detto fin da subito dal diretto interessato. Nell’attesa, rimane una strategia industriale premiata dai numeri ma forse poco in linea con la natura e la stazza di Unicredit

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