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“Mi è sembrato istituzionale, dice cose condivisibili”. Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, ha letto la lunga intervista di Formiche.net al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. “Giuro, l’ho letta tutta – assicura – e devo farne un bilancio positivo. Mi sembra che con lui alla Farnesina la politica estera italiana sia tornata ad essere meno eccentrica”.

Perché, prima era eccentrica?

Eccome. Sia nei confronti dell’Ue, sia verso Stati Uniti, Russia, Cina. Su dossier come Libia e immigrazione, durante il Conte 1, eravamo molto più isolati. Certo, i miracoli non si possono fare, e abbiamo fatto pochi progressi. Ma i governi precedenti, penso a Renzi e Gentiloni, non hanno portato a casa di più.

Forse hanno annunciato di più…

La politica dell’annuncio è una vecchia tradizione bipartisan in Italia, risale a prima dello Stato unitario. Su questo fronte, onestamente, non si può dire che la politica estera sia stata mal condotta quest’anno. Conte, Di Maio, la Farnesina hanno fatto un ottimo, discreto lavoro per portare a casa i fondi Ue per la ripresa.

Insomma, un anno dopo Di Maio è promosso?

Lo dico senza alcuna tenerezza politica nei suoi confronti: l’apertura di credito che in pochi un anno fa gli abbiamo concesso è stata confermata. Nessuno pretende che Di Maio sia Adenauer o De Gasperi. È molto giovane, fa il politico di professione, come l’ex amico Salvini. Ma ha di fronte a sé un lungo orizzonte temporale, oggi non mi sembra che la Farnesina risenta del suo entourage, e viceversa.

Alla vigilia del suo insediamento, lei disse a Formiche.net che un politico alla Farnesina non necessariamente era un male. Lo pensa ancora?

Assolutamente sì. Un politico di peso può dare copertura alla macchina tecnica della Farnesina, un diplomatico non può farlo. Il ministero degli Esteri ha continuato a lavorare come sapeva fare, fra le burocrazie pubbliche è una di quelle con maggiore qualità. Il governo, da parte sua, ha agito con prudenza. A volte decisamente troppa.

Ad esempio?

In Libano sarebbe servita una reazione più energica. Si poteva fare più e meglio, invece i fondi Ue e l’emergenza Covid hanno distratto le attenzioni necessarie. Non è un limite di Di Maio, semmai di una maggioranza particolarmente litigiosa.

Intanto Macron è andato all’incasso.

Vede, non condivido questa lettura. È proprio questo atteggiamento competitivo con la Francia che porta l’Italia a fare un passo indietro. Come avete giustamente ricordato nell’intervista al ministro, l’Italia non è una potenza nucleare, né un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, né un perno dell’asse franco-tedesco. Può ottenere qualcosa solo se si muove in coordinamento.

Cosa poteva fare l’Italia in Libano?

La Francia ha preso parte alla prima, più importante riunione dei donors dopo la crisi. Bene, l’Italia poteva giocare meglio la carta Unifil, affermare una presenza, investire più risorse per rafforzarla. La politica estera non è sempre un gioco a somma zero.

Torniamo a Di Maio. Ai tempi del governo gialloverde l’Italia veniva additata come Paese filorusso. Oggi quella reputazione è rimasta?

Molto meno. Su Navalny e Bielorussia Di Maio e il governo si sono esposti abbastanza. L’immagine filorussa era legata alla persona di Salvini, per diversi motivi, su alcuni sta indagando la magistratura. Oggi c’è un contro-movimento europeo, guidato da Angela Merkel.

Vero, ma Angela Merkel non può fare a meno del Nord Stream 2, il gasdotto russo che lega la Germania alla fornitura energetica di Mosca.

Questo progetto fu messo in piedi dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, oggi presidente della società tedesca del Nord Stream 2. Non vedo questo gasdotto come un “cappio” verso la politica estera tedesca. Anzi, già il fatto che non abbia condizionato le prese di posizione di Merkel su Navalny e Bielorussia è ammirevole. Non dimentichiamo che da noi, fino a un anno fa, c’era chi si strappava le vesti per il crollo di esportazioni di lasagne e parmigiano in Russia dovuto alle sanzioni Ue.

Chiudiamo con la Cina. In quel marzo del 2019, a brindare con Xi Jinping per la Via della Seta, c’era anche lui, Di Maio. E buona parte della stampa internazionale definisce oggi il Movimento Cinque Stelle come filocinese.

Sì, ma anche qui bisogna registrare un cambio di posizione. Vedo meno opportunismo rispetto al precedente governo. È innegabile che sia Conte che i Cinque Stelle si sono dimostrati attenti agli interessi di Xi. Ma fu Gentiloni il primo ad inaugurare la Via della Seta a Pechino. E fu un sottosegretario leghista, Michele Geraci, a difendere a spada tratta quel memorandum. Oggi, sulla Cina come sulla rete 5G, prevale la linea del wait and see. L’era dei liberi battitori sembra accantonata. Per fortuna.

Un politico alla Farnesina. Il prof. Parsi spiega cosa è cambiato con Di Maio

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