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Poco prima del lockdown causato dal coronavirus, che ha colpito l’Europa e il mondo, mi trovavo a Bruxelles per un evento istituzionale su comunicazione e disinformazione. A cena con alcuni dei relatori, intrattenni una conversazione con un rappresentante di spicco di un think tank progressista pro-europeista, che disse: ”I vantaggi della mobilità Europea sono talmente evidenti sarebbe futile continuare a comunicarli. Oltretutto, quasi tutti i miei amici sono sempre in viaggio in Europa”.

Sul momento rimasi sbalordito. Per oltre un decennio, il nocciolo duro del Brussels Press Corps ha sottolineato come i responsabili delle politiche dell’Unione europea e soprattutto gli addetti alla comunicazione delle stesse, fossero troppo distanti dai “veri cittadini europei”, i quali non condividono né si interessano alle tematiche che nella “bolla europea” invadono la sfera del dibattito.

Sedersi nuovamente a un’altra cena a base di nouvelle cuisine dietro al Berlaymont, ascoltando l’ennesima ineluttabile testimonianza (ovviamente personale) che il sentimento dei cittadini non sia nulla di cui preoccuparsi, mi lasciò basito per il livello di disillusione in cui vivono gli abitanti del cuore dell’Europa. Un vero campanello d’allarme. Una sorta di sindrome di Peter Pan, dove i fautori della narrativa europea non vogliono crescere per affrontare le responsabilità che sono là fuori. “Dimenticali Wendy, dimenticali tutti, vieni com me dove non dovrai mai, mai pensare alle cose dei grandi”.

Mettiamo la realtà sul tavolo.

Centonovanta milioni di europei non sono mai stati all’estero, ossia il 37% di tutti i cittadini Ue. Moneta unica, rimozione dei controlli alle frontiere, Erasmus, fine delle tariffe di roaming. Come possono queste persone avere un genuino interesse per tali questioni? Eppure, questi sono sorprendentemente ancora oggi i temi attorno ai quali le istituzioni europee costruiscono parte della loro narrativa, nel tentativo di avvicinarsi ai cittadini.

La libera circolazione dei lavoratori è un diritto fondamentale garantito dall’Ue. Tutti i cittadini hanno il diritto di cercare un lavoro in un altro Paese dell’Ue, risiedervi senza bisogno di un permesso, godere della parità di trattamento nell’accesso all’occupazione, alle condizioni di lavoro e i connessi vantaggi sociali e fiscali. Ma quanti cittadini dell’Ue si avvalgono davvero di questo diritto? Tra i cittadini Ue in età lavorativa, solo il 3,3% risiede in un Paese dell’Ue diverso da quello di cittadinanza. Soffermiamoci sul fatto che stiamo discutendo dell’unione di Stati che più nella storia ha favorito e incentivato la mobilità.

Ciò che questo ci dice è che la stragrande maggioranza degli europei nasce, vive e muore nel Paese o nel territorio di origine. Con l’eccezione di alcune capitali, il “crogiuolo europeo”, il cosiddetto melting pot, non è una realtà. Ciò non significa che l’Unione sia disfunzionale o che la mobilità non sia importante. Significa piuttosto che esiste un importante attaccamento dei cittadini ai loro territori, che tali fanno parte della loro identità e che per lo più le persone non hanno l’intenzione di vivere in, o addirittura visitare, altri Paesi. Se questo aspetto fondamentale della demografia europea continuerà a essere respinto, la maggioranza dei cittadini continuerà a sentirsi alienata, o peggio, svantaggiata dal progetto europeo stesso piuttosto che parte integrante.

Nel suo libro Demeure il filosofo francese ed europarlamentare Francois-Xavier Bellamy spiega la differenza tra cittadini somewheres — radicati in un luogo o comunità specifici, socialmente conservatori e spesso meno istruiti — e cittadini anywheres — disinvolti, spesso urbani, socialmente liberali e con istruzione universitaria. I somewheres sono caratterizzati da un disagio con il mondo moderno e dalla forte convinzione che i leader nazionali dovrebbero mettere i loro interessi al primo posto (vi ricorda qualcosa?). Al contrario gli anywheres sono privi di nostalgia, egualitari, meritocratici e fluidi nel loro concetto di razza, sessualità, genere e non sono attaccati alle identità di gruppo più grandi, comprese quelle nazionali. Danno valore all’autonomia e all’autorealizzazione prima della stabilità, della comunità o della tradizione. È importante spiegare che in Europa gli anywheres sono numericamente la minoranza, dunque il punto è: come può l’Unione raggiungere i somewheres? Un compito non facile, se si considera che, nonostante gli anni di moniti, avvertimenti e esortazioni dai più grandi esperti in comunicazione del mondo, l’Unione stia ancora parlando solo “ai suoi”, ossia a quelli che già godono e approfittano della mobilità di persone, beni e servizi garantita dal mercato unico. Mentre negli anni possiamo notare un miglioramento significativo, la mancanza di una comunicazione mirata e specifica verso i territori decentralizzati è una delle principali cause di alienazione dei cittadini verso l’Unione, o ancor più il noto “stile di vita e valori europei” spesso dibattuti, ma totalmente indefiniti. Pensate che in Europa la maggior parte delle elezioni, anche regionali, non sono combattute su un asse destra contro sinistra ma su una nuova dimensione di grande centro urbano contro periferia.

Ciò che sento, ora che ho lasciato Bruxelles dopo 10 anni di attività fra i corridoi delle istituzioni é che l’Unione stia comunicando “l’isola che non c’é”, dimenticandosi della realtà. Osservando numerose campagne di informazione, sembra che i temi legati allo Stato di diritto (in alcuni Stati membri), le quote rosa e le politiche verdi prevalgano su questioni come il lavoro, la migrazione, la ripresa economica o le sfide demografiche dei territori che perdono abitanti. Mentre i primi sono certamente fondamentali per il progresso della democrazia liberale, i secondi sono ciò che interessa al “popolo” oggi. Chiudere un occhio su questo è molto pericoloso per il futuro dell’Europa.

L’euroscetticismo in alcuni Paesi, compresi membri fondatori come l’Italia, è preoccupantemente alto. Narrative sognanti, eccessivamente irrealistiche e troppo progressiste allontanano coloro che si sentono già estranei e (legittimamente!) condividono valori alternativi. La comunicazione deve ritrovare efficacia e coraggio per spiegare e promuovere lo spirito e i valori del vivere civile e sociale europeo, senza conformismo o ipocrisia.

L’unico cruccio di Jean-Claude Juncker durante il suo mandato da presidente della Commissione europea fu proprio quello di non intervenire nel dibattito sulla Brexit. Una nuova narrazione per l’Europa deve partire dai territori e dalla loro gente. Altrimenti rischiamo di assistere ad alcune nuove “uscite”, e allora sarebbe troppo tardi, per i rimpianti.

Il salto che deve fare l’Ue nella comunicazione. Scrive Marco Ricorda

Di Marco Ricorda

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