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Con una raffica di vittorie e, soprattutto, con il successo nel Michigan, Joe Biden prende il controllo della corsa alla nomination democratica e, con un vantaggio ormai solido per numero dei delegati, lancia un appello all’unità al suo rivale Bernie Sanders: “Insieme, batteremo Donald Trump”. Che, per il momento, rifiuta d’arrendersi all’evidenza del coronavirus, il cui contagio sta diffondendosi negli Stati Uniti, con oltre mille soggetti positivi, mentre Biden e Sanders, a causa dell’epidemia, diradano gli impegni e cancellano qualche evento.

Nel “mini Super Martedì”, Biden, oltre che nel Michigan (125 delegati in palio), s’impone al Sud, nel Mississipi (36), al centro nel Missouri (68) e all’Ovest nell’Idaho (20), mentre Sanders vince solo nel North Dakota (14). Lo Stato di Washington (89) è sostanzialmente pari, con vantaggio, però, a Sanders.

La conta dei delegati è ancora in corso: dei 352 in palio, Biden se n’è già visti assegnare 153 e ne ha in tutto 823; Sanders 89 e ne ha 663. La maggioranza assoluta dei delegati alla convention, necessaria per conquistare la nomination, è 1991.

A questo punto, le primarie democratiche sono quasi a metà strada: s’è votato finora in 24 Stati, oltre che nelle Isole Samoa e fra i democratici all’estero; restano 26 Stati e tre territori. Il ‘bottino’ di delegati più grosso ancora da assegnare è quello dello Stato di New York. Martedì 17 marzo si voterà in due Stati cruciali nella corsa alla Casa Bianca, la Florida e l’Ohio, oltre che in Illinois e Arizona – sabato 14, ci saranno invece i caucuses alle Marianne -.

La competizione più attesa di ieri era quella nel Michigan, , dove nel 2016 Sanders aveva suscitato sorpresa, battendo Hillary Clinton. Insieme alla Pennsylvania, il Michigan fu poi determinante nell’Election Day: le sconfitte della Clinton lì proiettarono Trump verso la Casa Bianca.

Nell’analisi del New York Times, Biden, la cui campagna sembrava al capolinea, dopo le sconfitte in serie in Iowa, New Hampshire e Nevada, è stato capace, a partire dalla vittoria in South Carolina, di “costruire una forte coalizione elettorale”, che collega punti di forza tradizionali dei democratici, i neri, le donne, le organizzazioni sindacali, e una nuova ondata di voti bianchi moderati “in fuga dal partito repubblicano del presidente Trump” (che ieri s’è imposto ovunque senza antagonisti). Sanders, invece, continua ad avere difficoltà a mobilitare i neri, che sono una parte significativa dell’elettorato democratico, mentre ha presa sugli ispanici – ma ieri non si votava in Stati a forte componente ispanica -.

A favore di Biden, anche la raffica di ritiri, orchestrata con la regia di Barack Obama, prima e dopo il Super Martedì: Mike Bloomberg, Pete Buttigieg, Amy Klobuchar, tutti con endorsement a Biden; mentre Elizabeth Warren, ritirandosi, non ha ancora annunciato chi appoggerà.

Complessivamente, a questo punto, Biden s’è imposto in 15 dei 24 Stati andati al voto, con quello di Washington in bilico, Sanders in sette, mentre lo Iowa du di fatto un pareggio tra Sanders e Buttigieg. Con la vittoria nel Michigan, Biden dà l’impressione di potersi assicurare la nomination prima della convention, anche se Sanders aveva già detto che non si sarebbe ritirato se sconfitto: l’esperienza del 2016 dimostra che Sanders tende a restare in lizza anche quando non ha più chances di vittoria. Ma, ora, per rilanciare la sua candidatura ha bisogno di battere più d’un colpo martedì prossimo.

Il voto nello Stato di Washington, dove è stata proclamata l’emergenza coronavirus, non è stato condizionato dal contagio, perché lì si votava esclusivamente per posta, “a remoto”. Ma gli elettori erano stati invitati a sigillare le loro buste con l’acqua e non con la saliva. E sia Biden che Sanders hanno cancellato i loro eventi di fine campagna proprio per il timore del contagio.

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