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Quando ti accade che rivedendo un film scopri minimi passaggi narrativi non “visti”, dettagli di scenografia, di recitazione, di montaggio, di camera non notati prima, e ti meravigli, allora hai una conferma che lo stile è davvero notevole. Se poi la trama, che conosci, ti cattura di nuovo, se ti asciughi due lacrime pensando che quelle sofferenze e quei gesti di amore e perdono sono “veri”, legati a uomini che hanno patito gli orrori del Novecento e i dolori del corpo e della coscienza, e hai dimenticato che sei davanti ad una finzione, allora realizzi trattasi di un film-capolavoro. E dispiace che taluni critici e studiosi lo guardino con prevenzione, “una semplice agiografia cattolica”, per “devoti fanatici e vecchiette”, e non lo lascino entrare nel cuore. Stiamo parlando di “Karol. Un uomo divenuto papa” (2005), prodotto da Piero Valsecchi, per la TAO Due Film, Canale 5, e diretto sapientemente da Giacomo Battiato, film liberamente tratto dal libro, “Storia di Karol” di Gian Franco Svidercoschi. La miniserie mandata in onda il 18 e il 19 aprile 2005, due settimane dopo la morte di Giovanni Paolo II, fu seguita da 13 milioni di spettatori,

La prova che un film “regga il tempo”, come si usa dire di qualunque opera, è quando questo, accolto da diverse generazioni, risulta sempre nuovo a successive letture-visioni. Per il “Karol” di Battiato ne posso fornire testimonianza. Proiettato agli studenti universitari del corso di “Formazione e Media” (Roma Tre) e di “Storia del Cinema” (Università di Foggia), negli ultimi venti anni, il film ha registrato, ogni volta,  una forte presa emozionale sugli spettatori. Ho visto come pubblici di generazioni diverse, cristiani e musulmani, e non credenti, affascinati da “Karol”, abbiano poi, a fine proiezione, apprezzato sia i “contenuti” sia la qualità registica del racconto filmico.

I giovani restano colpiti non solo dalla storia di uno studente-operaio sotto l’occupazione nazista, poi sacerdote clandestino con il regime comunista, poi vescovo e infine papa, ma anche dal quadro storico che Giacomo Battiato, Gianmario Pagano e Monica Zapelli, sceneggiatori, sanno dipingere con accuratezza e asciuttezza di racconto. La storia del popolo polacco dilaniato dalla guerra, brutalizzato dalla Shoà, ucciso negli ideali di libertà e democrazia da due regimi vergognosamente alleati nel causare la Seconda Guerra Mondiale (Hitler e Stalin), alleanza spesso dimenticata dagli studenti: tutto ciò cattura e sorprende le nuove generazioni a corto di memoria storica. Giovani allievi europei, latino-americani, africani e asiatici, dopo la proiezione di “Karol. Un uomo divenuto papa” si meravigliano di come sia “andato” il Novecento. Come la democrazia di cui godono, la libertà di pensiero e di fede, sia costata sangue e dolore. Come ancora oggi in alcuni Paesi la libertà è parola vietata o coperta da ipocrisia di regime.

In “Karol. Un uomo diventato papa” sono molte le sequenze da citare, in cui l’abilità  di Giacomo Battiato come direzione di attori emerge. Particolarmente nelle scene in cui abbiamo due personaggi, uno di fronte all’altro. Qui il regista ricorre a PPP originali, con i volti inquadrati sempre di tre quarti, mai tutti in ombra o in piene luce. Come, ad esempio, nell’incontro tra Karol e Tomasz, suo amico di infanzia, ora prete, in chiesa; oppure quando Tomasz, davanti al plotone schierato, dà l’ultima benedizione all’ufficiale tedesco cattolico che sta per essere fucilato, in quanto si è rifiutato di deportare gli ebrei. E che dire della delicatezza tarkowskiana per le scene di tenero, pulito amore tra Karol e Hanna?

La recitazione del protagonista Piotr Adamcyk è superba, e può stare accanto ai migliori attori hollywoodiani. Adamcyk sa essere lirico, sorridente, preoccupato, attivo, un volto e una recitazione caleidoscopica, una duttilità paragonabile a quella di un Paul Newman (nelle nostre orecchie l’indimenticabile doppiaggio di Luca Ward). Si vede che Battiato, per un film che parla alla testa e all’anima, aveva un suo stile di direzione già pronto prima di salire sul set; infatti dirige anche tutti gli altri attori con maestria, sia che abbiano tre pose o siano co-protagonisti.  Dalla poetica e drammatica Malgorzata Bela (Hanna Tuszynska,  la “fidanzata” del giovane Karol), all’asciutto Raoul Bova (un perfetto padre Tomasz Zaleski), dal genuino e irruento Ennio Fantastichini (nei panni dell’operaio amico di Karol, Maciej Nowak), all’impassibile Hristo Shopov (il temibile funzionario della polizia segreta, Julian  Kordek), al bressoniano Lech Mackiewicz (un forte e dignitoso cardinal Stefan Wyszynski).

Battiato mostra equilibrio nelle scene di action, per le quali gli americani si sarebbero fatti prendere dal barocchismo visivo e musicale: si vedano le incursioni aeree, risolte con il digitale e con opportuno uso del contreplongée a grand’angolo, sulla città di Cracovia (soluzione cui ricorre sovente per dar respiro all’occhio, avendo il film diverse scene d’interni). L’interpretazione musicale di Ennio Morricone, che segue i personaggi nelle gioie e nei dolori, nelle scene singole e in quelle di massa, passa dal lirismo al dramma, con quel suo tipico delicato scavallare neoromantico.

Siamo piacevolmente sorpresi da Battiato anche quando, con un’innegabile scioltezza alla King Vidor, dirige scene con molte comparse. Pensate alla popolazione in fuga verso Est, a piedi, ossia in direzione della “Polonia libera”, la parte non occupata dai nazisti, dove l’esercito polacco si sta organizzando per resistere a Hitler. Uomini anziani, donne e bambini, stremati, raggiungono il fiume oltre il quale ci sono “i nostri soldati!”. I volti tristi delle mamme finalmente sorridono, gli occhi dei piccoli tornano sereni. I vecchi, stanchi, si son lascati cadere in terra, sull’erba, e stanno riprovando a sorridere. Improvvisamente, arrivano, assordanti, delle esplosioni, piovono palle di fuoco: tra la boscaglia avanzano carri armati: sono i sovietici. Stalin ha invaso la Polonia da est. È la messa in atto del vergognoso patto Molotov-Ribbentrop. Panico, terrore, grida di donne e bambini, gran confusione, tutti si rialzano subito, terrorizzati, scoordinati nei movimenti. Bisogna fuggire, tornare indietro, nelle mani dei nazisti. “I sovietici non fanno prigionieri”.

Passata la guerra, la Shoà, il regime comunista, ecco che un ex operaio prete, figlio di operai, diviene il primo papa slavo della storia della Chiesa Cattolica. Siamo in Vaticano, al Conclave dell’ottobre 1978. Il film chiude con quella sequenza di documentario, una delle indelebili tessere del Novecento, di Papa Giovanni Paolo II, appena eletto, alla finestra di Piazza San Pietro. “Mi hanno chiamato da un popolo lontano. (…) Vi saluto nella vostra, nostra bella lingua italiana. (…) Se sbaglio mi corrigirete.”

Nell’era del Covid-19, in un tempo esistenzialmente delicato, la vita di uomini come quella vissuta con sofferenza, ma anche con tanta fede, da Papa Wojtyla (Santo per i credenti cattolici), che amava ripetere “non abbiate paura, aprite le porte a Cristo!” ci infonde coraggio. Grazie anche a Giacomo Battiato.

L’omaggio del cinema a Karol Wojtyla

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