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L’inizio della fine del macronismo è stato ufficializzato dalle dimissioni del primo ministro Edouard Philippe. È l’abbandono più eccellente del governo dopo quelli del ministro dell’Interno, dell’Ecologia, Sport e la “sconfessione” che somiglia ad una semi-dimissione del ministro della Cultura. Al suo posto Macron ha nominato Jean Castex, figura emergente dell’inner circle macroniano il cui incarico prevalente finora è stato quello di gestire il dopo-lockdown. Niente a che vedere con il profilo del suo predecessore. Probabilmente sarà più malleabile e incline ai voleri del presidente. A Castex spetta il compito non facile di rilanciare la Francia, ma da quando il suo nome ha cominciato a circolare lo scetticismo negli ambienti politici francesi si è diffuso. Macron ha depennato coloro i quali erano in pole position per ricoprire la carica, vale a dire l’attuale ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian e la ministra della Difesa Florence Parly. Entreranno a far parte della squadra di Castex problemi secondari, quel che resta evidente è che la compagine macroniana si è disfatta.

Degli uomini e delle donne di primo piano del gabinetto formato dal Presidente della Repubblica non resta quasi nessuno. Gente di second’ordine, politicamente parlando, dovrebbe affiancare Macron nel pilotare la crisi politica più lunga e complessa nella storia della Quinta Repubblica. Accettando le dimissioni di Philippe, il solo “eminente” eletto nel secondo turno delle amministrative domenica scorsa, sindaco di Le Havre, mentre i suoi compagni di partito di La République en marche! venivano decimati, Macron ha sostanzialmente preso atto che la compagine che avrebbe dovuto sostenerlo non reggeva più.

In Parlamento e sul territorio, tra la gente e nelle classi dominanti che ne avevano decretato l’ascesa Macron e il suo governo da tempo erano in caduta libera. Faticavano e faticano a sostenersi. Nessuno gli crede più, mentre si vedono sfilacciamenti perfino nella politica europea che era stato uno dei caposaldi della visione macroniana.

Secondo il quotidiano Le Figaro, le dimissioni del primo ministro sono state concordate in un incontro all’Eliseo. Ed è trapelato che il presidente starebbe già lavorando alla formazione di una “squadra” di governo completamente nuova che sostituirà quella guidata fino ad oggi da Philippe. L’obiettivo sarebbe quello di presentarla l’8 luglio al primo utile Consiglio dei ministri.

Negli ambienti politici francesi ci si chiede chi farà parte dell’esecutivo avendo bruciato in tre anni tutti coloro che avevano una caratura ed una dimensione conosciute, oltre ad aver contribuito alla fondazione di quell’oggetto quasi misterioso che è   En Marche!. Il problema non si porrebbe, secondo sussurri dell’Eliseo, poiché Macron attingerebbe alla più stretta cerchia del suo entourage. Seguendo i suggerimenti dei suoi sponsor del mondo tecnocratico e finanziario.

È pur vero che chi l’ha abbandonato non era estraneo all’establishment, ma per i prossimi due anni che mancano alle presidenziali Macron ed i suoi “intimi” vorrebbero cautelarsi meglio soprattutto spingendo l’acceleratore su riforme economiche che certo non soddisferanno gli ambienti meno agiati. Insomma, meno tasse, ma non per tutti. Soltanto per chi è più ricco, mentre la classe media continuerà a soffrire e quella Francia profonda che pur aveva creduto nel giovanotto di Amiens si troverà a dover pagare lo scotto alla grande finanza prodiga di assicurazioni sull’avvenire della Francia che invece è a dir poco disastroso.

Sembra che la politica economica e degli aiuti post-Covid abbia indotto Philippe a rompere gli indugi e ad abbandonare la mesta compagnia.

Da tempo soffriva dell’autocrazia macroniana, l’ex-primo ministro. E le voci sulle sue dimissioni si erano rincorse nelle ultime settimane, fin nel giorno delle elezioni amministrative che pur lo hanno visto vittorioso. Macron in alcune interviste, e perfino la sera in cui ha preso atto della disfatta nelle elezioni municipali, ha più volte  prospettato la sua strategia di fine mandato. E non aveva fatto mistero che avrebbe avuto bisogno di una “nuova squadra” per governare il cambiamento che prima i gilet gialli, poi l’opposizione parlamentare, quindi l’Europa che gli si era messa contro ne avevano impedito la realizzazione. “Il rientro dopo l’estate sarà molto duro, dobbiamo prepararci”, aveva detto in un’intervista ad un giornale locale.

I francesi non possono che prendere atto di una palpabile realtà: il macronismo è stato l’incantamento di una esigua parte degli elettori a fronte dello sfacelo partitocratico che Sarkozy prima e Hollande poi avevano determinato. Adesso bisognerebbe ricominciare daccapo, con nuove idee ed un nuovo spirito. Ma il tempo è inesorabilmente breve. Si sta accorciando a velocità supersonica. E praticamente la campagna elettorale è già incominciata.

All’Eliseo non sono pochi coloro che si stanno organizzando per fare gli scatoloni.

 

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