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Se mettessimo via la prospettiva di uscire dall’Europa, avremmo la possibilità di dire che alcune cose dell’Europa non ci convincono. Fuori da metafora, si può essere contro il Mes non per motivi ideologici o sovranisti ma per motivi di convenienza nazionale.

Lo dice a Formiche.net il senatore di Fibp-Udc Gaetano Quagliariello (autore con il cardinale Camillo Ruini del pamphlet “Un’altra libertà”, per Rubettino) che partendo dalle prossime mosse del governo in vista del Consiglio europeo del 23 aprile, ragiona sulle prospettive del destracentro, sulla postura di Palazzo Chigi e sulla risposta di governatori come Luca Zaia che, nei fatti, sono usciti vincitori dall’emergenza sanitaria. “Temo che accettando il Mes l’Italia possa prendere l’uovo oggi per restituire la gallina domani, anche in un domani molto prossimo”.

“Aiutare l’italia è un’assicurazione contro i rischi del sovranismo” ha scritto sul FT l’economista Wolfang Munchau. Lo spettro dell’Italexit quanto influirà giovedì prossimo al tavolo del Consiglio Europeo?

Non credo molto, l’Italia ha bisogno della copertura della Bce. Nella prospettiva in cui si trova, senza l’intervento di Francoforte avremmo avuto uno spread al doppio rispetto a quello che fece cadere il governo Berlusconi. Penso che bisognerebbe inaugurare una stagione in cui ci si confronti con maggiore laicità sul tema Ue. Magari anche con più verità. Se mettessimo via la prospettiva di uscire dall’Europa, avremmo la possibilità di dire che alcune cose dell’Europa non ci convincono. Fuori da metafora, si può essere contro il Mes non per motivi ideologici o sovranisti ma per motivi di convenienza nazionale.

Perché Silvio Berlusconi ha deciso lo smarcamento di FI sul Mes?

Perché risponde ad una logica molto pragmatica. Con il medesimo pragmatismo, avendo letto la proposta, i dossier preparati dagli uffici studi della Camera e del Senato oltre all’intervista del capo del Mes, temo che accettando il Mes l’Italia possa prendere l’uovo oggi per restituire la gallina domani, anche in un domani molto prossimo.

Ovvero?

Questi 38 milioni non sono senza condizioni e non possono esserlo. L’Italia firma un trattato in cui si impegna in maniera incondizionata a versare altre quote, qualora ce ne fosse bisogno. In una situazione come l’attuale, senza una crisi unilaterale come fu quella greca ma generale determinata da una pandemia, evidentemente una necessità di questo tipo non solo non la si può escludere ma diventa anche probabile.

Secondo l’ultimo sondaggio Swg il 40% degli interpellati ha auspicato che si possa continuare con l’attuale Governo, mentre solo il 17% preferirebbe la nascita di un governo di unità nazionale sostenuto dalle “larghe intese”. Impossibile la terza via del voto?

Al di là della pandemia, non si può andare a votare in termini costituzionali. L’ipotesi urne in questo momento non c’è per vari motivi. Pensare ad una campagna elettorale in queste condizioni è pazzesco: come si potrebbe dire agli italiani di andare alle urne se ancora non sappiamo se potremo uscire la prossima estate? Sperando che le cose vadano meglio, abbiamo poi in coda il referendum sul taglio dei parlamentari che si dovrebbe svolgere in autunno. Prima conseguenza è l’adeguamento della legge elettorale nei successivi 60 giorni. La possibile finestra elettorale sarebbe solo una feritoia, dal febbraio prossimo, alla vigilia del semestre bianco.

Si rischia di smarrire la barra decisionale con i 450 consulenti nelle varie task force?

In questo momento pensare ad un cambio in corsa è irrealistico, anche se queste fasi della vita nazionale dovrebbero essere gestite da gabinetti di unità. Ma una cosa è il governo, altra immaginare spazi di unità nazionale. Uno di questi avrebbe dovuto essere quello della ripartenza: la fase 2 non è una semplice riapertura, ma una contingnza in cui molti aspetti della nostra vita muteranno. Dobbiamo fare in modo che il distanziamento sociale, ad esempio, non diventi alienazione nella convinzione che un paese intero non può andare avanti con redditi di cittadinanza. Poniamoci degli interrogativi nella politica estera, facciamo anche un tagliando burocratico alle istituzioni, con la gerarchia delle fonti che andrebbe ridisegnata. Tutto ciò non lo avrei affidato solo a degli esperti ma coinvolgendo la politica in un momento di unità nazionale. Ricordo che ai tempi della Guerra Fredda c’erano divisioni molto più evidenti rispetto a quelle di oggi, eppure la Costituzione diventò una camera di compensazione nella quale il paese si immaginò. Penso che si sarebbe dovuto immaginare qualcosa di simile.

Chi vince e chi perde dallo scontro Regione Lombardia-Chigi? Repubblica oggi scrive di una frattura scomposta tra Salvini e Giorgetti.

Conoscendo Giorgetti escluderei uno scontro frontale, una cosa è la dialettica altra è la rottura. Inoltre il conflitto tra la dimensione delle autonomie e lo stato centrale non è solo un fatto italiano. In Spagna il conflitto è ben più incendiario nelle sue potenzialità. Ma se poi approfondiamo, altrove in Stati più federali rispetto al nostro osservo che il governo centrale ha stabilito spazi e poteri, dove poi le autonomie hanno la loro funzionalità in quanto istituzioni di prossimità. A me pare che in Italia sia stato fatto il contrario, producendo non una polifonia ma una cacofonia. Anziché creare una solidarietà nazionale il rischio, spero contenuto e da scongiurare, è di una frattura tra le parti del Paese.

Luca Zaia, assieme a Giorgetti e Maroni, offre quell’immagine di stabilità che Salvini non ha e che adesso serve a tutti (maggioranza compresa)? Per questo il segretario lo ha lanciato ufficialmente?

Tra i governatori, Zaia e Toti hanno interpretato una linea, nei contenuti, alternativa a quella governativa, e lo hanno fatto con una certa educazione istituzionale che ha evitato il conflitto. Zaia ha governato una Regione grande e oggettivamente i numeri gli danno ragione: hanno avuto meno morti. Ritengo che ciò sia dovuto ad un mix di due fattori: il fatto di aver puntato subito sui tamponi di massa e il modello sanitario che in Veneto è più diffuso, grazie ad ospedali e ad una sanità di prossimità che ha permesso di limitare l’utilizzo del nosocomio.

La debolezza strategica dell’Italia sta attirando gli interessi di partner sotterranei come nel caso della app Immuni?

Sì e in questo bisogna cautelarsi. Non è in ballo o meno il tema del liberalismo, quanto quello di una fase assolutamente straordinaria in cui bisogna individuare norme che tutelino le imprese italiane. Alcune convinzioni sul debito pubblico vanno messe da parte, perché al momento senza immissione di liquidità l’economia non si riprenderà. Inoltre penso che ci siano alcune scelte di politica estera da fare: mi sembra che uno dei clivage che si va proponendo, come osservato in maniera ingenua da Alessandro Di Battista, sia quello a proposito dell’atteggiamento della Cina, scoprendo una sensibilità molto diffusa. Non dimentico che il regime cinese e il modello sociale che ci propone coniuga il peggio del comunismo e il peggio del capitalismo. Questa la ragione per la quale ne dovremmo prendere le distanze.

twitter@FDepalo

Fra Giorgetti e Salvini dialettica ma non rottura. E sul voto... Parla Quagliariello

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