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Facciano attenzione i signori del governo a giochicchiare con le lettere di risposta alle istituzioni europee, perché la tradizione è funesta. È infatti opportuno tornare con la memoria al 2011, quando (ai primi d’agosto) giunge (in forma riservata) un lettera al governo italiano firmata dal presidente uscente della Bce Trichet e da quello entrante Draghi.

Quella lettera fa esplodere le contraddizioni interne al governo, con Berlusconi che non riesce più a tenere il timone di un esecutivo già duramente provato dall’uscita dalla maggioranza di Fini e dei suoi (avvenuta pochi mesi prima). Com’è finita la storia lo ricordiamo tutti: quella lettera innesca una spirale micidiale che porta alle dimissioni del Cavaliere ed all’insediamento a Palazzo Chigi di Mario Monti, alla guida di un governo tecnico di salute pubblica.

E siccome ieri sulla risposta italiana alla lettere Ue di mercoledì si è giocata una partita francamente orribile (con un testo in bozza diffuso volutamente alla stampa prima che nel governo si giungesse ad un accordo sulla versione definitiva), ecco che le analogie iniziano a fare capolino, lasciando intravedere le dimensioni di una crisi politica nel governo molto seria, peraltro acuita dai risultati elettorali di domenica. Oggi però è il primo giugno e domani è la Festa della Repubblica. Giorno di celebrazione ma anche, inevitabilmente, di riflessione.

Ed allora ecco emergere una realtà ancora più grave (se possibile) di quella di un governo in crisi ad un anno dalla sua formazione. Già, perché in queste ore si addensano sul Quirinale nubi tempestose su tre fronti, separati ma potenzialmente convergenti e capaci di generare effetti nefasti e difficilmente prevedibili.

C’è, come in parte già detto, una crisi politica ormai evidente. Le elezioni di domenica hanno decretato la morte cerebrale degli equilibri tra Lega e M5S del marzo 2018, quelli che hanno fatto nascere il governo. Nessuno sa cosa accadrà nelle prossime settimane, ma nessuno è pronto a scommettere sulla durata lunga dell’esecutivo e della legislatura.

Poi c’è un momento di tensione fortissima nella magistratura, deflagrato alla vigilia del rinnovo di incarichi di primaria importanza come quello di guida alla Procura della Repubblica di Roma (che è l’ufficio giudiziario più importante d’Italia). Infine c’è un terzo (e per molti versi inedito) fronte aperto, quello di figure militari di massimo livello e credibilità (tra cui due ex Capi di Stato Maggiore della Difesa, cioè i generali Arpino e Camporini) che contestano apertamente il ministro Trenta, con toni rispettosi ma inediti nella storia della Repubblica.

Costituzione alla mano, occorre ricordare che il Capo dello Stato è la figura di vertice del nostro sistema istituzionale, elemento essenziale di raccordo tra Parlamento e Governo (infatti promulga le leggi), ma è anche il Presidente del Csm ed è alla guida del Consiglio Supremo di Difesa. Quindi i tre elementi di crisi vedono il presidente Mattarella direttamente investito dagli accadimenti, com’è inevitabile visto il suo triplice ruolo.

Se poi a tutto ciò aggiungiamo la dimensione internazionale di quanto ci ruota intorno (anche solo fermandoci a quella europea), ecco ben chiaro il clima di queste celebrazioni, che ha ben poco a che spartire con un clima di festa. In questi anni abbiamo apprezzato l’equilibrio con cui Mattarella ha svolto la sua funzione di Capo dello Stato, sempre pronto ad usare parole sagge ma non per questo evanescenti.

Adesso però siamo ad un passaggio difficile e, come sempre in questi casi, occorre alzare la voce, pur nel rispetto delle prerogative costituzionali di tutti (magistrati, militari, membri del Parlamento e del governo) e nella consapevolezza che il popolo è sovrano e si esprime attraverso le elezioni. Nessuno dimentichi mai che nel nostro ordinamento il Capo dello Stato non è soggetto passivo, quando occorre (e ora siamo in quelle condizioni) può e deve intervenire.

Anche slacciandosi la cravatta e picchiando i pugni sul tavolo.

investitori, di maio

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