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In Turchia è la fine di un’era. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan, più comunemente noto come Pkk, ha comunicato la decisione (presa al termine del suo 12º congresso tenutosi la scorsa settimana nel nord dell’Iraq) di porre fine alla lotta armata e di sciogliere l’organizzazione. Secondo quanto riportato da agenzie vicine al movimento, la decisione è stata presa in risposta all’appello del leader storico Abdullah Öcalan, detenuto dal 1999 sull’isola di Imrali, il quale aveva invocato lo scorso febbraio lo scioglimento formale del gruppo, affermando che il Pkk avesse ormai esaurito la propria missione originaria.

La notizia dello scioglimento fa seguito al cessate il fuoco unilaterale dichiarato all’inizio dello scorso marzo, e fa seguito a segnali politici provenienti dalla coalizione di governo turca, che avrebbe ipotizzato una possibile concessione della libertà condizionale a Öcalan in cambio del disarmo del gruppo. Tuttavia, al momento non è chiaro se Ankara accetterà un ruolo attivo del leader curdo nel processo di transizione.

In una dichiarazione diffusa dall’agenzia Firat, il Pkk ha affermato che la propria “lotta ha portato la questione curda al punto in cui può essere risolta con la politica democratica” e che il gruppo “ha completato la sua missione storica”.

Secondo alcuni osservatori, questa mossa potrebbe avere importanti ripercussioni sulla stabilità politica ed economica della Turchia, rafforzando il governo del presidente Recep Tayyip Erdoğan e aprendo nuovi spazi di sviluppo nel sud-est del Paese, a maggioranza curda, duramente colpito dal conflitto negli ultimi decenni. Oltre 40.000 persone hanno perso la vita dalla nascita dell’insurrezione nel 1984.

Anche sul piano internazionale, la decisione del Pkk potrebbe contribuire ad allentare le tensioni tra Ankara e Washington, in particolare riguardo alla presenza curda nel nord della Siria. Gli Stati Uniti sostengono militarmente le Forze Democratiche Siriane (Sdf), organizzazione paramilitare a guida curda, nelle operazioni contro lo Stato Islamico. Tuttavia, Ankara considera l’Ypg (la componente principale delle Sdf) come un’estensione del Pkk. Queste dinamiche potrebbero essere in qualche modo influenzate dallo scioglimento dell’organizzazione curda, anche se è difficile ad oggi prevedere il come.

La risposta politica in Turchia è stata prudente ma positiva. Ömer Çelik, portavoce del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), ha definito la decisione “un passo importante verso un obiettivo di una Turchia libera dal terrorismo” e ha auspicato l’inizio di una nuova era. Allo stesso tempo, il vicepresidente del Partito Dem (la principale formazione politica curda in parlamento) Tayip Temel ha definito lo scioglimento del Pkk come un evento “significativo non solo per il popolo curdo, ma per tutto il Medio Oriente”.

A Diyarbakir, la maggiore città curda della Turchia, la notizia è stata accolta con cauta speranza. “È davvero importante che non si muoia più, che il problema curdo venga risolto con una struttura più democratica”, è la dichiarazione di un residente, Hasan Hüseyin Ceylan, riportata dalla Reuters.

Oltre la notizia in sé, rimangono però ancora numerose incognite. Ad esempio, non sono ancora stati resi noti i dettagli sul disarmo e sulla sorte dei militanti, né su eventuali garanzie per i leader del gruppo o su un possibile monitoraggio internazionale del processo.

Nonostante i numerosi fallimenti del passato (l’ultimo tentativo di pace è fallito nel 2015), il contesto attuale sembra offrire nuove possibilità. La combinazione tra la pressione militare condotta con tecnologie avanzate, come i droni, e i cambiamenti politici in corso in Medio Oriente potrebbe finalmente aprire una finestra storica per la risoluzione della questione curda attraverso mezzi democratici e istituzionali.

Con lo scioglimento del Pkk si apre una nuova era nella storia della Turchia

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