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I palestinesi? Non vogliono un accordo che non gli conviene, perché le loro leadership verrebbero distrutte: Abu Mazen, che doveva restare ai vertici per cinque anni e invece ne sono passati già quindici; e Hamas che è un’organizzazione terrorista esplicitamente nazista e devota alla distruzione degli ebrei.

Questa la posizione di Fiamma Nirenstein, giornalista e scrittrice (12 i libri all’attivo), già deputata per il Popolo della Libertà e vicepresidente della Commissione Affari Esteri. Attualmente è Senior researcher presso il noto think tank israeliano Jerusalem Center for Public Affairs (Jcpa) e nel 2011 è stata inserita nella lista, che ogni anno compila il quotidiano Jerusalem Post, dei “50 ebrei più influenti del mondo”. Formiche.net l’ha raggiunta a Gerusalemme per analizzare il piano di Trump per il Medio Oriente.

L’inviato di Kushner e Trump, Jason Greenblatt, sta cercando un accordo che possa sbloccare le proprietà per i palestinesi e la sicurezza per Israele. Come giudica questo piano?

Innanzitutto è molto interessante che Trump e i suoi inviati, che lavorano da un biennio a questo piano, abbiano cercato di rovesciare il paradigma di ieri che non ha funzionato, ovvero quello di trovare prima un accordo territoriale e solo dopo avventurarsi in una definizione economico/istituzionale. Quell’idea di ieri fallisce come dimostrano tutti gli incontri grandiosi che ci sono stati, a partire dall’accordo di Oslo, passando da quello tra Obama e Arafat, a Clinton, a Olmert. Non c’è stato tentativo di trovare soluzioni territoriali che non abbia trovato non solo il diniego ma anche lo scatenamento terroristico da parte dei palestinesi.

Con quale risultato?

Vorrei ricordare che subito dopo il più grande tentativo di un accordo, quello che metteva nelle mani dei palestinesi tutta Gerusalemme est e gran parte della città vecchia, scoppiò la seconda intifada provocando quasi duemila morti israeliani. Non funzionò perché il mondo palestinese, impregnato di pulsioni islamistiche, di una corruzione imperante che mantiene al potere un’élite molto violenta, era dominato da slogan massimalisti che incitano alla sparizione dello Stato di Israele. Ovvero senza concepire nulla che assomigli ad un accordo, tanto è vero che Netanyahu li ha invitati in moltissime occasioni a tornare al tavolo di pace ma senza successo.

Anche stavolta dicono di no…

È per questo che Trump ha pensato di incrementare il desiderio popolare dei palestinesi in una generale normalizzazione di rapporti col mondo sunnita. Israele ha ormai un buon rapporto con tutti i paesi sunniti, Egitto, Arabia Saudita, Giordania in virtù di un nemico comune da affrontare: l’Iran e la sua politica imperialista così larga, che si è sviluppata in Libano con la presenza di Hezbollah, oltre che in Siria, Iraq e Yemen. Tutto ciò suscita nel mondo sunnita l’idea che più importante della questione palestinese è quella della loro stessa sopravvivenza, a fronte dell’imperialismo sciita. Di conseguenza si è creata una situazione in cui Trump ha fatto una scelta molto razionale, incastonando la pace nel mondo palestinese in un progetto complessivo di pace mediorientale.

C’è il rischio di scontrarsi con un nuovo negazionismo?

Sì, e proprio nelle ore del summit di Manama. Va detto che mentre da una parte i palestinesi chiedono continuamente finanziamenti a Ue e Usa, dall’altra Israele prevede una apposita percentuale di tasse da destinare loro, che Abu Mazen ha rifiutato perché ne vuole di più e al contempo lamenta uno stato di miseria.

Nel progetto si legge che la costa marina di Gaza, 40 chilometri sul mare mediterraneo, potrà diventare una moderna città metropolitana sul mare, come Beirut, Lisbona, Rio de Janeiro, Singapore e Tel Aviv: basterà?

50 miliardi di dollari rappresentano una cifra gigantesca, perché il piano prevede una serie di passaggi nel vero interesse dei palestinesi. Questa congiunzione viaria è un elemento che i palestinesi desiderano: qui si vede anche la determinazione di Israele a servire i loro interessi. Verrà anche creato un anello di aiuto nella gestione, che mi sembra il passaggio più importante, da parte dei paesi arabi in modo che vi sia una garanzia affinché quel denaro non finisca nelle tasche dei corrotti o dei terroristi.

Il piano promette anche di “investire sul capitale umano” di Gaza e del West Bank: in che modo?

Stabilire almeno un’università che sia fra le prime 150 del mondo, ridurre la mortalità infantile da 18 a 9 anni, allungare l’aspettativa di vita da 74 a 80 anni. Ma i palestinesi anziché andare a vedere di che si tratta e magari dire anche alcuni sì all’interno di una posizione di pacata discussione, ecco che preferiscono inveire come una specie di protuberanza della guerra fredda, vezzeggiati e accettati nelle loro narrative più volgari a cui nessuno dovrebbe dare ascolto: quella che non punta a due Stati per due popoli, ma alla distruzione dello Stato ebraico. E così vanno in piazza a bruciare le foto di Trump e Netanyahu, puntando sul fatto che una generale antipatia nei confronti di Trump li aiuti a produrre una sconfitta del governo Usa, in modo che alle prossime elezioni possa vincere un altro Obama.

Da queste colonne Andrea Margelletti ha detto che il piano è completamente privo di ogni senso, perché prevede una soluzione economica ad un problema prettamente politico. È d’accordo?

Privo di senso è voler riproporre un’altra volta una soluzione territoriale, dato che i palestinesi non ne hanno accettata nessuna. I summit di Camp David, Washington e Annapolis ci ricordano che i palestinesi sono stati presenti ai tavoli ma poi hanno ripreso l’intifada. Cosa ci può essere di più esplicito? Loro non vogliono un accordo che inoltre non gli conviene, perché le loro leadership verrebbero distrutte. Penso ad Abu Mazen, che doveva restare ai vertici per cinque anni e invece ne sono passati già quindici, o agli assassini di Hamas che sono un’organizzazione terrorista esplicitamente nazista e devota alla distruzione degli ebrei.

twitter@FDepalo

 

Tutti i vantaggi del piano Trump per il Medio Oriente. Parla Nirenstein

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